mercoledì 31 dicembre 2008

GAZA

Questa settimana non pubblichiamo la quinta e ultima parte delle "Cronache Africane" di Eleonora Grandi per dare spazio a quello che sta succedendo a Gaza e nel nord-est della Repubblica Democratica del Congo; prima parliamo di Gaza...

Non possiamo rimanere in silenzio. Non possiamo evitare di guardare in faccia la realtà. Anche se neonata e con poche possibilità mediatiche l'Associazione OmbrenelMondo condanna con forza l'aggressione di Israele nei confronti di tutta la popolazione di Gaza; niente di lontanamente simile da quello che sta succedendo può essere tollerato da chi si vuol definire un essere umano; non può essere tollerata una tale risposta da parte di uno degli eserciti più potenti al mondo e di un Paese che si crede all'avanguardia e democratico, tanto più considerando che questa è più una risposta ad una risposta; non può essere tollerato il principio di superiorità che Israele, e non solo Israele, si attribuisce considerando la sua popolazione centinaia di volte più importante di quella palestinese. Cogliamo dunque l'occasione per prendere una posizione decisa non solo su gli eventi degli ultimi giorni ma anche sulla violazione dei diritti umani che, sempre Israele, sta commettendo ai danni sia della popolazione di Gaza sia di quella del West Bank ormai da decenni. Sembra che tutto sia divenuto parte della routine quotidiana del mondo come tante altre tragedie...ma noi, che del mondo siamo il motore, non dovevamo permetterlo.
Alcuni dei membri di OmbrenelMondo hanno visto con i loro occhi le “celle del carcere israeliano”, e non c'è media migliore dei propri occhi e delle proprie orecchie per comprendere, non tanto i meccanismi politici ed economici che si comprendono con il ragionamento, quanto il dolore di quanti si sentono abbandonati dal mondo intero, umiliati e rinchiusi quando non anche ingiustamente accusati per qualcosa di cui non hanno alcuna colpa e spesso neanche ne comprendono il significato: vittime ignare del volere dei potenti, dai potenti derisi e ingiustamente accusati.
In questo momento Al Jazeera trasmette la notizia che il numero dei morti a Gaza è salito a 380 e i feriti sono oltre 1700: ma questa notizia arriva anche dai nostri mass media; quello che in Italia difficilmente viene sottolineato, come sempre accade quando si parla di Palestina, è quello che si cela dietro questo attacco di Israele, qualcosa che sembra essere più grande del pensiero della gente comune, qualcosa che difficilmente i milioni di persone nel mondo - che sono costrette a sacrificare la propria vita per il lavoro nel tentativo di poter vivere decentemente - non sono messe nelle condizioni di capire...perché troppo concentrate su se stesse come ci suggerisce il modello comune, perché senza tempo se non per riposare, perché ingannate dall'informazione e dalla politica. Questo “qualcosa”, come capita ovunque nel mondo, è l'interesse di pochi a danno di molti.
Passano le immagini di due cadaveri...non avranno più di dieci anni, due bambine; e allora la domanda è doverosa: perché la loro vita vale meno di quella di un uomo israeliano di mezza età o meno della mia vita o di quella di due bambine italiane di neanche dieci anni? Cominciamo a pensare che quelle due bambine siano le figlie dei nostri vicini di casa e che le bombe ci stiano cadendo a pochi metri dai piedi: sì, cominciamo a pensare, perché questa è l'unica soluzione a questa barbarie: noi; noi che viviamo nel mondo ricco abbiamo il dovere morale di darci una mossa quando quello che non vorremmo fosse fatto a noi, viene fatto ad altri. Finiamola di pensare, come la società ci vuol imporre, esclusivamente a noi stessi: anche se il tempo concessoci è poco e pare impossibile contribuire a un reale cambiamento, le parole “non cambierà mai nulla” non fanno altro che avvalorare questa affermazione; ricordiamo che siamo tanti e, anche se tutti con una propria idea del mondo, la finalità è comune, bisogna solo avere il coraggio di provare a raggiungerla.


Per sostenere la posizione di OmbrenelMondo contro l'attacco di Israele a Gaza vi chiediamo di scriverci le vostre impressioni in poche righe e saranno pubblicate on line e inviate a supporto della popolazione palestinese.
Potete inviare all'indirizzo: info@ombrenelmondo.org. (se ci autorizzare a pubblicare anche il vostro nome scrivete “autorizzo” in fondo all'e-mail.
Grazie a tutti per il supporto.

mercoledì 24 dicembre 2008

CRONACHE AFRICANE n°4
di Eleonora Grandi


Aber Hospital, 19 Ottobre 2008

Ho imparato a conoscere l’ospedale di Aber in queste due ultime settimane. Tre bambine mi hanno forzata a rompere l’indugio e a entrare nei suoi reparti. Chirurgia per una, maternità per le altre due. Finora ero sempre riuscita a tenermi alla larga dagli ospedali, nonostante la malattia cronica dell’Africa, nonostante i tanti progetti che agiscono sul corpo dell’africano, e i tanti medici mandati qui, i tanti farmaci distribuiti, le tante cliniche riabilitate. La malattia l’ho conosciuta, e anche bene, ma la sono andata a visitare a casa come un paziente curato di campagna. In questi giorni, invece, le piccole grandi storie che incontriamo nel nostro lavoro quotidiano mi hanno fatto indossare il camice bianco. “Good morning doctor!”, perchè a un bianco in Africa un “doctor” non lo si nega mai. “Good morning to you! But I’m not a doctor…”. Comunque. Ho conosciuto la prima delle “mie” tre piccole pazienti due lunedì fa. Tornavo a casa con i social workers dopo una giornata trascorsa ad Anyeke, il capoluogo del distretto di Oyam, in cui si era tenuto un corso di formazione sulla violenza di genere rivolto alle autorità locali. Mentre ero in macchina ricevo la telefonata di una delle dottoresse dell’ospedale, che mi chiede se mentre ero in strada potevo passare per la piccola clinica di Aber poco distante da qui. Avevano un caso che non potevano gestire con le pochissime risorse a disposizione, adeguate a situazioni semplici, comuni, ma non alle emergenze. Allunghiamo di qualche chilometro, sentieri sterrati, pozzanghere e qualche ciclista, e arriviamo ad Aber ormai sotto sera: nel vasto prato isolato che accoglie il cuore politico-amministrativo della sub-county (sottounità del distretto), chiusi erano ormai gli uffici del “comune”, chiusa la piccola corte di giustizia, chiuso il nostro counselling centre. Scendo dalla macchina, quasi temendo che non ci fosse più nessuno nemmeno lì, e mi avvicino all’health centre. In lontananza una sagoma mi si avvicina, mentre abbandonate sui gradini della piccola struttura sanitaria trovo due donne, gli occhi stanchi e sgranati a osservarmi speranzose, senza parole. La più giovane, avvolta in una stoffa di un viola brillante, aveva fermato la mano infilata nel sacchetto di plastica che conteneva pochi pezzi di cassava arrostita, un tubero dal sapore di patata qui molto diffuso che l’altra sua accompagnatrice, sulla sessantina, doveva averle appena portato per cena. Come mi ha spiegato l’infermiera che nel frattempo ci aveva raggiunte, le due donne erano arrivate in mattinata, dopo aver percorso a piedi una ventina di chilometri. La ragazza, trascinandosi sul bastone che qui è un oggetto destinato ad accogliere solo il peso dei vecchi, conferendo loro sostegno e autorevolezza assieme; una settimana prima si era ustionata dopo che la sorella incidentalmente le aveva rovesciato addosso una pentola d’acqua bollente. Sorpresa dal dolore nel sonno, dentro la piccola capanna mentre dormiva vicino al fuoco, perché sotto i tetti di paglia lo spazio è spesso talmente poco che un solo ambiente li contiene tutti e la camera da letto è anche cucina. Una settimana a casa, senza fare nulla, finché quella mattina avevano deciso che era venuto tempo di mettersi in cammino ed erano arrivate fino ad Aber. La nonna, la nipote e il bastone. Le ho caricate in macchina, la ragazzina investita dal dolore ad ogni passo. Arrivata all’ospedale, seguendo le indicazioni della dottoressa, ho fatto fermare la macchina davanti alla chirurgia e sono scesa, facendo così cominciare una ricerca ansiosa e insicura, durata cinque frenetici minuti, di qualcuno che mi dicesse che cosa dovessi fare, mentre mi muovevo disorientata nella luce al neon dell’ospedale tra corpi ammassati in terra, odore di medicinale, fumo e sudore. Il cuore in gola, nervosa per la giornata appena trascorsa, problemi vari e la mia mancanza di difesa dentro a quell’ambiente. Poi ho trovato qualcuno, mentre ero stata fermata da un bambino in sedia a rotelle che in un inglese sorprendentemente buono, mi avrebbe mostrato volentieri la ferita che aveva sulla gamba se non lo avessi fermato in tempo. Perché in fondo, ero bianca. Bianca come il camice del dottore. Bianca come il potere che guarisce. Bianca come la magia buona. L’infermiere che è arrivato invece era nero, mi ha presa e mi ha portata in ambulatorio assieme alla nonna e alla paziente che intanto mi chiedeva come avrebbe fatto con il cibo nei giorni futuri. E mentre trasmettevo al nero camice bianco i pochi dettagli che sapevo di quella storia, il tessuto viola è calato in terra come un sipario, aperto da un’altra infermiera ancora, scoprendo così le ferite aperte, maleodoranti, ormai putrescenti schizzate su tutto il corpo della bambina dal bacino in giù. In scena quella sera il corpo dell’Africa. La malattia, il dolore. L’intervento che ripara, che risolve, con una dose massiccia di antibiotici. Ma che non cura la fragilità di queste esistenze, che non le ripara da quell’impressione che ho, sempre più forte, sempre più nitida, di trovarmi di fronte ogni giorno a esseri sospesi nello spazio vuoto. Esistenze buttate nel mondo per caso, vite di cui ti domandi: ma dov’è il senso? Ho lanciato un ultimo sguardo alla ragazzina che mi ha sorriso, divertita. Ho troncato la frase con l’infermiere e sono scappata fuori, in lacrime. Più tardi sia mio padre che una delle dottoresse del progetto, alle mie lacrime hanno dato la stessa risposta: “Tranquilla, la ragazzina è viva”. Sì, viva. Biologicamente viva. Ma poi?
E poi il sabato è arrivata Agnes, e Agnes è ancora qui almeno fino a domani quando forse si deciderà quale dovrà essere il suo futuro prossimo. Anagraficamente i suoi anni sono quindici, ma un trauma sviluppato in seguito a qualcosa di brutto gliene concede solo cinque. Agnes è bellissima, come il disegno che l’altro giorno ha fatto sulla mia scrivania quando mi è venuta a trovare in ufficio, con la capanna e i bambini attorno. Agnes è stata violentata da uno sconosciuto, perché abusare di lei è semplice, troppo, e chissà in quanti lo hanno già fatto a cominciare dal fratello maggiore con il quale vive, dopo che entrambi i genitori sono stati uccisi dai ribelli dell’LRA. Da due settimane stiamo tenendo Agnes in ospedale, nel reparto maternità, dove è diventata un po’ la mascotte delle mamme in attesa. Le suore le preparano i pasti, i social workers le hanno regalato due camicette e un paio di scarpe con un po’ di tacco. È per lei il posto più sicuro, adesso: di farla ripartire, di lasciarla rientrare nella capanna col fratello non ci abbiamo proprio pensato. Questo weekend il clan dovrebbe decidere di lei, e sembra che ci sia uno zio ben disposto a prendersene cura. Speriamo. Anche se secondo il clan il fratello maggiore dovrebbe prendersi una moglie: così la smetterebbe di abusare della sorella. Qui potrebbe rimanere, perché le suore gestiscono anche un orfanotrofio e la ragazzina potrebbe andare a scuola, ma proporremo al clan questa soluzione solo nell’eventualità che quella proposta da loro non metta Agnes al riparo. Nessuno in questi giorni l’è venuta a cercare, nessuno ha preteso di riportarla indietro. Persa anche lei, nello spazio vuoto a galleggiare, nel mondo di Agnes, che chissà che cosa vede da lì o chissà che cosa non vuole più vedere. Ha tirato il sipario, si è voluta staccare dal mondo quando un giorno il mondo l’ha tradita. Solo che non è al sicuro, il sipario non è inespugnabile. Il sipario nel mezzo si apre e il mondo ci si infiltra ancora, e allora lei esce nel mondo e in mezzo al mondo si denuda. Si espone, e tutti la prendono. Agnes l’ha fatto più volte di uscire di casa svestita e di correre, nel cuore del villaggio. Con niente addosso, tranne se stessa.
Agnes è diventata amica di Sarah, che come lei è stata abusata a quindici anni. Sarah, almeno, è arrivata in ospedale con la madre, solo che poi la madre in ospedale ce l’ha pure lasciata anche se la ragazzina era già stata dimessa. Gli ospedali in Africa non sono come in Italia, dove a paziente corrisponde letto e il letto ha una data di scadenza strettamente dipendente al tipo di malattia e al budget millimetricamente previsto per essa. Qui fintanto che c’è una branda abbandonata o spazio per gettare una stuoia in terra, i pazienti possono restare. Giovedì mattina abbiamo ritrovato Sarah, seduta sui gradini del reparto maternità, in compagnia di Agnes quando tutti noi eravamo certi che avesse ripreso la strada di casa dal lunedì prima (una delle nostre social workers le aveva accompagnate addirittura fino all’uscita del cancello dell’ospedale, e io avevo dato personalmente loro i soldi del trasporto per evitare caos con le ricevute). E invece eccola, con le mani strette sulla pancia a lamentarsi di un dolore al ventre e di nausea, ma senza rifiutare i miei biscotti. L’abbiamo ascoltata e poi visitata, abbiamo pensato a come fare per rintracciare la madre. Poi i nodi sono venuti al pettine e si è deciso che Sarah doveva tornarsene a casa il più presto possibile. Perché la sua pancia non aveva niente, o meglio, la sua pancia in ospedale trovava qualcosa che a casa non otteneva. Cibo, gratis: in quanto vittima di violenza, il nostro progetto le ha pagato il vitto e le spese mediche. Ecco allora fatta la diagnosi: la madre ha preferito abbandonarla, dove la ragazza avrebbe potuto avere quello che lei non era in grado di offrirle. E poi è arrivata Puzzola. Ha un mese e mezzo, è tutta nera e gli occhi verdi chiari. È strabica e spelacchiata dietro le orecchie. Ma è la micina più bella di tutta l’Uganda. Da ieri pomeriggio siamo in tre: io, Laura e Puzzola. Nell’ingresso le abbiamo sistemato acqua, latte e pesci secchi assieme alla sua toilette. La facciamo giocare e sentiamo le sue fusa sulle nostre pance. Puzzola è fortunata. La più fortunata di tutte. E questo è davvero assurdo.
Succede ad Atapara, Uganda del Nord.

mercoledì 17 dicembre 2008

CRONACHE AFRICANE n°3
di Eleonora Grandi


Gulu, 27 Settembre 2008
 
Per il secondo weekend consecutivo trascorso a Gulu sono stata alla ricerca di qualcuno che probabilmente nemmeno esiste ma che io stessa contribuirò con queste parole e con le altre che verranno a costruire. Identità fugaci, ma non per questo indefinite. Qui come altrove, a Gulu come a casa. Giornate spese per dare la caccia ai “giovani” di Gulu, per una ricerca extra, condotta al di fuori del mio distretto di Oyam, al di fuori del progetto contro la violenza sessuale e di genere di cui mi sto occupando. I giovani li ho trovati, nelle storie particolari e preziose delle persone che ho incontrato in questi giorni. Ognuno mi ha raccontato un pezzo di storia, la sua, che nel momento stesso in cui prendevo per vera, veniva smentita da quella che l’avrebbe seguita, senza per questo farle perdere il suo valore e la sua verità. Tutte queste storie fanno la storia.
Gli occhi di questi ragazzi non arrivano a vedere lontano. Hanno visto troppo e ne sono rimasti accecati. Sono sguardi statici, che come quelli di tutti i ragazzi si rivolgono automaticamente all’altrove, al lontano, quando chiedi loro di pensare al futuro, ma che non si riescono a spingere più oltre dell’ultima capanna a cui l’occhio può arrivare. Sono sguardi che hanno perso la forza di cercare, sono sguardi stanchi, che si appoggiano al tuo di sguardo e chiedono di essere da esso accompagnati da qualche parte. Qualunque direzione va comunque bene, basta che si cammini, perché da soli la cecità a cui sono stati costretti impedisce il movimento.
Oggi pomeriggio le cinque ragazze con le quali ho parlato facevano della musica, della danza e del teatro la loro unica ragione di vita. Alla domanda “qual è per te la cosa più importante?”, nessuna di loro ha avuto dubbi: il teatro. Cinque su cinque. Se fossi venuta rappresentando un altro progetto, per dire, di attività sportive, sarebbero probabilmente volute tutte diventare delle grandi atlete. Ma stavo lavorando ad altro, alle attività culturali per l’appunto, e allora oggi pomeriggio ho incontrato solo delle attrici. Nel loro villaggio - un posto incantato, appena fuori Gulu, con una vegetazione lussureggiante che brillava sotto il sole del pomeriggio, e nelle foglie ti ci potevi quasi specchiare - io ho portato un’alternativa, una possibilità, che è quello che manca a questi giovani. Ho portato uno spiraglio di cambiamento, ma in un contesto del genere, in cui non c’è possibilità di scelta per il proprio futuro perché non c’è nulla che si possa scegliere, il solo fatto di essere lì si è trasformato indirettamente in un’imposizione di scelta.
All’età di sedici, diciassette anni queste ragazze sono già arrivate. La strada che hanno di fronte è stata sbarrata. Di nuovo, sono state accecate. Dalla guerra che le ha costrette nei campi profughi per più di dieci anni, che ha portato via uno o entrambi i genitori rapiti e uccisi per mano dai ribelli nella foresta, dalla miseria che ha tolto loro il cibo, l’acqua, i vestiti e poi l’istruzione. Oggi vivono a Gulu, fuori dai campi profughi, ma la vita è difficile lo stesso, se non di più. Anche se non si deve più fuggire nel corso della notte nel fitto della foresta per ripararsi dall’attacco dei ribelli, anche se non si vive più in un luogo congestionato e insalubre come sono i campi, il villaggio, così bello, così apparentemente tranquillo, è una trappola leopardiana. Queste ragazze, che non sono mai uscite dal distretto di Gulu, che quando la possiedono è solo la radio a tenerle in contatto con quanto succede nel mondo, non si sentono sicure, neanche un po’. Senza lavoro, senza cibo se non quello che coltivano nel piccolo appezzamento che forse possiedono, senza un diploma, hanno di fronte solo tanta incertezza. Lo spazio in cui ora potrebbero muoversi ha esteso i propri confini geografici, ma in realtà il loro orizzonte esistenziale rimane chiuso entro l’area del vicinato o poco più oltre. Incamminarsi troppo lontano costituisce ancora un pericolo. Ci sono le bombe inesplose dei soldati, sotterrate nei villaggi. Ci sono gli uomini, che come lupi mannari sono pronti ad adescarle appena cala la notte. E poi c’è ancora la guerra, la guerra che le ha viste nascere e che le sta ancora facendo crescere. Sono due anni che “i grandi uomini”, come qui ci si riferisce a tutte le persone etichettate da cariche e titoli prestigiosi, se ne stanno a Juba, in Sud Sudan, a discutere di pace. Quel tavolo delle trattative continua a rimanere apparecchiato, nessuno sembra volersi alzare. Comodamente seduti, quei big men agli occhi di questi giovani hanno perso di qualsiasi credibilità, ma l’esistenza di questi ragazzi è terribilmente influenzata da questi processi lontani. L’incertezza che genera una guerra che non si chiude si incarna in queste vite fragili e sottili, che quando ti si aprono lo fanno con un filo di voce appena. Sono nati sotto il segno della guerra e in guerra questi ragazzi lo sono ancora, anche se il governo ugandese ogni giorno sforna un nuovo documento che parla di pace e di ricostruzione, anche se i fondi dell’intervento umanitario non seguono più il canale dell’emergenza, ma quello dello sviluppo. Per certi versi sono vere le parole di un ragazzo, incontrato la scorsa domenica, secondo cui i giovani di Gulu sono molto ben informati su tutto ciò che riguarda il processo di pace, “anche un bambino piccolo ti sa dire che cos’è successo recentemente”. Fintanto che queste esistenze risentiranno così tanto di questa condizione di incertezza, fintanto che le loro identità saranno manipolate dall’esterno, le parole di quel ragazzo si potranno dire reali. E la guerra, soprattutto, non si potrà dire finita.
Per un ragazzo, un maschio, è più facile reagire. In un contesto culturale estremamente sfavorevole per le donne, i ragazzi hanno maggiore libertà di movimento e di sperimentazione di tattiche di vita possibili. Ieri pomeriggio, ad esempio, ho scoperto che un ragazzetto conosciuto la settimana scorsa che a detta di lui era tra i più miseri dei disgraziati, ha in realtà un saloon, come qui vengono chiamati i barbieri. Niente di impegnativo: una piccola struttura di mattoni, sei metri per quattro come ce ne sono tante, ma con la TV all’interno. Un piccolo business avviato, un’alternativa, che spiega i gemelli brillanti alla camicia, il telefonino e l’auricolare appeso all’orecchio per tutta la giornata. Nel panorama di Gulu questo è tanto. In un paese in cui almeno due generazioni sono andate “perdute” questo è un piccolo successo. Lo scorso lunedì, la Community Development Manger del Local Council di Gulu (per intenderci, una specie di Assessore alle Politiche sociali) ha definito in questi termini i giovani, “generazioni perdute”. Senza aspettative, senza sogni e senza possibilità. Tanti nel numero, ma senza un tessuto sociale che li sappia raccogliere e far crescere. Frammentati fin dall’inizio, tirati su da una struttura familiare incerta, ricca di persone ma spesso povera di legami, che riproducono a loro volta, diventando prematuramente genitori senza nemmeno saperti spiegare il perché. O forse un figlio è l’unico segno della propria presenza del mondo che si possa lasciare. I figli “si fanno”, appunto. Qualcosa rimane, la propria persona non è più trasparente, non si è più annullati del tutto dal corso degli eventi, qualcuno, almeno, parlerà di te un giorno.
Qualcuno che all’arte ci crede davvero comunque esiste, appunto per ribadire che ogni storia non è mai “la” storia. Oggi una ragazza mi ha detto che il suo impegno nel villaggio per scrivere piccole commedie è volto a educare la gente (gli sketch che compone hanno per tema l’AIDS, l’abuso di alcool, i diritti dei bambini) ma anche a non perdere la propria identità che nell’arte trova espressione e significato. “Se sono nata Acholi, una ragione ci deve pur essere. Non deve essere solo per caso e io devo coltivare quello che sono”. Non è solo la guerra a costruire questi giovani, c’è anche la cultura. Non è solo il presente immobile a “fare” i giovani, ma c’è ancora tutta la ricchezza di un passato fiero di se stesso che gli anziani vogliono ancora trasmettere alle nuove generazioni per cercare di non smarrirle del tutto. Un passato che rischiara un po’ il futuro e sempre oggi, sempre a Gulu, ho assistito alle danze tradizionali più belle che mi sia mai capitato di vedere qui. Ma la cosa ancora più importante era osservare i bambini che alle danze non hanno preso parte ma che hanno ballato per tutto il tempo, al di fuori dello spazio scenico, cantando, seguendo il ritmo con i piedini, battendo le mani su tamburi invisibili. Piccolette di due o tre anni che già sperimentavano un intereresse, che già costruivano se stesse. Piccolette che si spera, un giorno, potranno riuscire a vedere più lontano di quanto è stato permesso alle loro giovani, troppo giovani, mamme.
Succede a Gulu, Uganda del Nord.
 

mercoledì 10 dicembre 2008

CRONACHE AFRICANE n°2
di Eleonora Grandi


6 Settembre 2008
 
Si profila un weekend lungo qui ad Atapara, nel distretto di Oyam: lunedì scorso, all’età di 82 anni, è scomparso Wako Muloki, il Kyabazinga (il re) dei Busoga, il gruppo etnico che popola la zona di Jinja, cittadina situata alle sorgenti del fiume Nilo nel sud del Paese. Il presidente Museveni ha indetto i funerali di Stato. Le celebrazioni si terranno lunedì nella capitale del regno dei Busoga, Jinja per l’appunto. Lunedì l’ufficio resta chiuso, tutti i dipendenti a casa, anche se la scomparsa del Kyabazinga, emotivamente, non tocca per nulla questa gente di etnia Langi. Di un possibile giorno di vacanza si era già sparsa la voce, la notizia del lutto nazionale era comparsa due giorni fa in un trafiletto sulla prima pagina del Daily Monitor. Nell’ufficio abbiamo appeso un avviso di conferma per lo staff: tra il logo di COOPI e quello dell’Unione europea, annunciamo la scomparsa del re dei Busoga. Buffo. E così ieri pomeriggio alle quattro si respirava un’aria da inizio delle vacanze scolastiche, con tutti i nostri social workers in subbuglio per organizzare la partenza, chi per Kampala, chi per Lira. Atapara non offre molte distrazioni. Il tempo qui lo si occupa lavorando, e il personale della ONG nella stragrande maggioranza ha famiglia in altre città, in altri distretti. Sono migranti del lavoro questi ragazzi. Lunedì gli uffici pubblici e le ONG rimarranno chiusi perché della morte del Kyabazinga sono stati informati dai giornali. Ma la brulicante economia dei villaggi, asse portante di questa realtà, esclusa dalla stampa e dalla città, annegata in un sotterraneo di sopravvivenza e consuetudine, rimarrà lontana da questo giorno di festa, lontana dalla morte di un re le cui gesta e la cui fama non verranno mai ricordate.
Stamattina mi sono svegliata e sono uscita per fare due passi. L’aria delle otto era terribilmente umida, in alcuni punti la strada di terra battuta si era trasformata in una palude. Era piovuto tutta notte: gli acquazzoni rombavano in cielo per poi placarsi in pioggerellina leggere che batteva e ribatteva sul soffitto di lamiera. Aveva cominciato ieri sera alle 11, in casa per il rumore della pioggia non riuscivamo nemmeno a parlarci. Ho percorso il solito tragitto, avanti e indietro fino alla strada principale. Ho detto “buon giorno” a una cinquantina di persone incontrate sulla via, la maggior parte uomini e donne in cammino verso i campi, e mi sono fermata a salutare Sara, staff del progetto, che in piedi davanti a casa con lo spazzolino in una mano, la tazza con l’acqua nell’altra e la bocca tutta spumosa di dentifricio, mi ha invitato ad avvicinarmi per fare la conoscenza dei suoi due bambini, un maschio e una femmina. Sara è una certezza: tutte le volte che si passa per di lì fuori dall’orario di servizio, si può stare ceri di avvistare di vedetta le sue forme morbide sulla veranda di casa.
Sulla strada del ritorno, all’altezza del punto più acquitrinoso, ho incrociato una donna che proveniva in direzione opposta. In testa trasportava orizzontalmente la zappa. La donna, scalza, ha schivato senza problemi le pozzanghere e ha proseguito il cammino. Quando è arrivato il mio momento, mi sono fermata un istante per capire dove sarebbe stato meglio mettere i piedi per evitare di scivolare nella fanghiglia rossa. Un po’ di confidenza con la configurazione geologica del terreno dopo la burrasca l’ho acquisita anch’io, e la mia scelta ha avuto successo. Ho saltato e sono rimasta in piedi. Poi mi sono voltata indietro sapendo quello che avrei trovato con lo sguardo, e infatti la donna era ancora lì, ferma assieme alla sua zappa, intenta a osservarmi. Aveva aspettato che io attraversassi il punto critico prima di riprendere per i campi. Aveva aspettato di vedere se da bianca inesperta sarei stramazzata al suolo o se invece superavo la prova. Mi ha sorriso divertita, ma anche con premura. Io ho ricambiato il sorriso e ho sollevato le mani come per dirle “ce l’ho fatta”.
Giovedì pomeriggio, invece, ho seguito i social workers nell’ennesimo villaggio sperduto nella parte nord del distretto, per l’incontro introduttivo con i leaders della comunità (sindaci, capi clan, catechisti,…) che anticipa e prepara la sensibilizzazione vera e propria sulla violenza di genere della prossima settimana. Come sempre, su settanta partecipanti, tre quarti abbondanti erano uomini, che dalle domande e dalle osservazioni portate hanno chiaramente lasciato intendere che il fatto che la donna sia sottomessa all’uomo non è poi una situazione così terribile. Anzi. Un capo clan di mezza età ha espresso preoccupazione per questi programmi che vogliono emancipare la donna, il cui risultato finale è quello di cerare disordine nella società, di confondere uno stato delle cose funzionante e funzionale: “voi insegnate i diritti delle donne, ma poi cosa succede? Che le donne rimangono troppo al mercato e i nostri giovani uomini non trovano più mogli da sposare”. Un altro è intervenuto sulle cause della violenza di genere dicendo che una delle ragioni possibili della violenza è quando la moglie non lava i panni o non soddisfa sessualmente il marito. Un altro, invece, ha difeso pratiche tradizionali ancora largamente diffuse in questi villaggi, come quella che vuole la donna che ripetutamente abortisce o perde i neonati esporsi nuda alla comunità intera e ai suoi insulti, alla pubblica ignominia perché ritenuta responsabile di tale sventura. Vedremo martedì se questi uomini avranno deciso di aiutarci a mobilitare la loro gente o se ci avranno fatto opposizione. E in tutto questo circo io, seduta sul panchetto di legno fra i social workers, prima bianca in assoluto ad avere varcato i confini del villaggio di Awio, esploratrice senza cappello ma avvolta dall’aureola benedetta dello sviluppo, del progresso e del cambiamento per il bene comune. Fa un effetto considerevole essere “la prima”, carica di una responsabilità che, dati i precedenti storici e i miei dubbi su quello che il progetto sta facendo (che io sto facendo), avrei forse preferito non avere.
Però ieri sera ho capito che quello per cui stiamo lavorando, almeno in una sua parte, un senso ce l’ha davvero. Che il progetto può offrire davvero assistenza a questa gente e servizi che il governo ugandese non ha le risorse e le capacità di garantire. Erano circa le quattro quando da uno dei nostri counselling centres arriva la telefonata di un social worker che si trova davanti il caso di una bambina di due anni e mezzo stuprata da un ragazzino di sedici. È stata la madre di quest’ultimo a denunciare l’accaduto. Il social worker aveva assistito la bambina e il padre che l’accompagnava, aveva fornito sostegno psicologico e, come vuole il protocollo, doveva portare la bambina da un medico. Entro 72 ore dalla violenza carnale la vittima deve essere visitata da un medico che le possa somministrare la profilassi contro le malattie sessualmente trasmettibili, un contraccettivo d’emergenza e compilare il modulo rilasciato dalla polizia con cui la vittima può eventualmente denunciare il caso e ricorrere in tribunale. In ospedale mancava l’unico medico: essendo da solo si deve dividere fra la cura dei pazienti e l’amministrazione della struttura sanitaria e quel giorno, infatti, doveva seguire una riunione al distretto. Ci si trovava con le mani legate, impotenti di fronte a un sistema sanitario che, come un colabrodo, tracima mancanza di fondi e di risorse umane, etica professionale e competenza, e che l’unica cosa che sa produrre è un’inutile ed elefantiaca burocrazia dalle regole inconsistenti, bandite dai potenti di turno, sceriffi dal ventre grasso. Del fatto che si stesse forse decidendo il futuro di una persona di due anni e mezzo a nessuno sembrava importare molto. Dal nostro ufficio abbiamo telefonato a Emanuela, una dottoressa italiana che lavora al progetto, momentaneamente a Kampala. In qualche modo è riuscita a contattare un tecnico di laboratorio che poteva visitare la piccolina e prescriverle i farmaci. Sembrava che tutto fosse finto se non fosse stato che la farmacia dell’ospedale a quell’ora era chiusa. Altro ostacolo. Ci siamo informate se la farmacia dell’ospedale qui all’Aber Hospital fosse aperta e siamo state fortunate. Abbiamo mandato un autista a prendere la bimba e il padre così che potessero ricevere le medicine. Dopo un po’ sono arrivati, una bambina bellissima, che continuava a nascondere la testa dentro al vestitino sudicio, forse per timidezza, forse perché non voleva più vedere. E il padre, un povero derelitto apparentemente molto distaccato, gli occhi persi nel vuoto, pochi gesti di protezione nei confronti della figlia: capire che cosa passa nella testa di questa gente in tali circostanze non riesco ancora a farlo. Anche se poi lo abbiamo visto concitato mentre raccontava all’altro autista, che li avrebbe portati indietro, che cosa era accaduto. Secondo la ginecologa tedesca che lavora al progetto non era da escludere che non fosse la prima volta che la bimba subiva violenza. Senza parole. Ci siamo preoccupati che il padre fosse sicuro di come somministrare i farmaci alla bimba e poi li abbiamo salutati mentre in macchina tornavano al villaggio avvolti nella notte. L’unica cosa che possiamo fare adesso è assicurarci che i nostri social workers continuino a monitorare il caso nei prossimi giorni. Poi siamo andate a casa anche noi, con la testa piena di domande, di dubbi, di paure. Succede ad Atapara, Uganda del Nord.

giovedì 4 dicembre 2008

4/31 dicembre 2008 - CRONACHE AFRICANE

Da oggi e per le prossime cinque settimane pubblichiamo on line i racconti di vita quotidiana che ci sono arrivati da luglio a novembre dalla nostra collaboratrice Eleonora Grandi che si trova in nord Uganda. Sono storie di lavoro a contatto con la popolazione locale che però, oltre al quotidiano, si soffermano anche su aspetti etici e culturali che rendono queste lettere di interesse generale.


CRONACHE AFRICANE - n° 1
di Eleonora Grandi


4 luglio 2008

Non è che subito ci abbiamo dato molto peso. Una specie di elicotterino ci era entrato in casa mentre stavamo cenando ascoltando i Coldplay e stavamo considerando il fatto che mai, in Italia, avremmo ammesso di trovare nello stesso piatto fagiolini, spaghetti in bianco, polpettine e un avanzo di tonno. Il povero animaletto si muoveva come un ossesso sbattacchiando contro le pareti illumninate le pesanti ali, inferendo colpi dolorosi al grasso copricino. A un certo punto ci siamo impietosite, oltre che innervosite. Abbiamo deciso di mettere fine alla sua esistenza. Con un colpo secco di suola sul pavimento di linoleum. Passano due minuti di silenzio. Ci mettiamo a decidere il film da guardare dopo. Improvvisamente rumore di altri elicotterini. Pensiamo siano le compagne venute a rivendicare il cadavere della defunta appena assassinata. Cinque, sei, dieci elicotteri. Immaginando che siano attratte dalla luce in casa, decidiamo di spegnere tutto e di uscire per chiudere meglio le finestre che si sigillano solo dall'esterno. Ma avvicinandoci alla porta il ronzio si fa frastornante: una nube di centinaia di elcotteri vibra, turbina, sbattacchia contro la nostra luce esterna. Sbianchiamo. Ci sentiamo braccate. Pensiamo a che cosa fare. Pensiamo di spegnere anche il monitor del computer per timore di attacchi. Di uscire non se ne parla proprio. Telefoniamo all'amministratrice del progetto e nostra vicina di casa per capire che cosa sta succendendo, salvo scoprire che lei se ne era fuggita nella casa della dottoressa che se ne sta in un'altra ala del cortile dell'ospedale dove residiamo. Ma mentre davanti alla finestra con il telefono in mano, osserviamo quel mare di elicotteri che minacciosi puntano alle nostre finestre e ci scopriamo sole nella notte, arrivano i rinforzi. Sono in 12. Un uomo, tre giovani donne, un'anziana e sette bambini, armati di due baccinelle, secchielli del detersivo e tazze di plastica. Senza indugio, sferrano l'attacco. Per quasi un'ora i loro occhi rimangono incollati agli elicotteri, le loro mani si muovono decise verso le pareti per tirare giù i veivoli e ficcarli nei recipienti. La famigliola lavora senza tregua. Dalla bocca della nonna spuntano in continuazione ali d'insetto. Nel giro di poco la baccinella è piena di farfalle che si ribollono semimorte. Una donna si mette a pulire dai sassi, immergendo la mano dentro di loro e setacciandole come fosse riso.
Ieri sera abbiamo assistito all'arrivo delle white ants, le formiche bianche, queste farfalline che si muovo a sciami tra la fine della stagione secca e l'arrivo della stagione delle piogge. Sono innocue. La loro unica colpa è di essere molto saporite. Almeno da quanto ne dicono i locali, che ne fanno incetta come una manna dal cielo. Si friggono, di solito, anche se la vecchia sembrava apprezzarli anche a crudo. Si succhia il corpicino proteico e si sputano via le alucce. Sapevo della loro esistenza, ma non mi era mai capitato di vederle. La famiglia ci ha offerto ripetutamente di assaggiarle. Un bambino mi ha detto che le white ants sono più buone di me, e probabilmente aveva ragione.  
Stamattina i tre chilometri di strada che collegano l'ospedale alla strada principale sono disseminate di ali. Lo staff locale del progetto ha lo stomaco soddisfatto e pensa alla bacinella colma che a casa li attende. Un' altra ricetta prevede l'essiccamento delle white ants e la riduzione in crema. Buona da spalmare sul pane.
Succede ad Atapara, Nord Uganda.

mercoledì 26 novembre 2008

I vent’anni di guerra dei ventenni di Gulu Profilo dei giovani acholi del Nord Uganda
di Eleonora Grandi


Introduzione

Monica ha 16 anni e aveva ottimi voti a scuola, dove era la leader del gruppo di teatro. Il suo sogno era quello di studiare, prendere un diploma in materie artistiche e un giorno organizzare il saggio finale come insegnante per quelli che sarebbero diventati i suoi studenti. Poi Monica è rimasta incinta, come sia successo non se lo spiega neppure lei, e ha dovuto smettere di andare a scuola: ha perso la borsa di studio che riceveva da una ONG (Organizzazione Non Governativa) locale per via di questo “fuori programma” senza che a casa ci fossero le risorse sufficienti per farla proseguire.

Oggi Monica ha un bambino di pochi mesi e ancora il suo sogno, che però non crede riuscirà più a realizzare. Se avesse un po’ di soldi li investirebbe in semi, coltiverebbe degli ortaggi e li venderebbe al mercato per mantenere la sua piccola famiglia ma anche per comprare nuovi costumi per il gruppo di teatro di cui, nel villaggio, continua a essere leader...

LEGGI L'INTERO DOCUMENTO SU www.ombrenelmondo.org/news

venerdì 7 novembre 2008

INCONTRO CON GLI EX BAMBINI SOLDATO DI AWACH - NORD UGANDA

Jimmy Onen

I was invited yesterday at Awach IDP Camp where I spent most of my time being it was Ugandan Independent day. I enjoy a lot with friends there where I interacted with them and I had to put down some stories which I collected from them about HOW LIVE IN INTERNALLY DISPLACED PEOPLE’S CAMP (I.D.P.)
They told me that before the people came into Internally Displaced People’s camp, live were not so easy by the people in the villages because these people (Lords Resistance Army) LRA they were been killing very many people. Whenever they find you need to be killed straight away or if not then they capture you and go with in the bush whereby you have to carry heavy load and move with it to a very far distance say 200 kilometer above in a day without any rest as well as leaving without eating anything also and when you say you are tired then they will asked you if you want some rest, so if your response is yes then they say that you have to be given some rest and that is non other than ordering for death on to you. They just kill you straight away. So by doing that they said they have given rest.
These people they have very many ways of killing people, some time they tie you with rope and hang you with your led meanwhile turning your head down. They always like doing this over the fire so that you keep on breathing in the smoke and die with it. Another way of killing people is they cut your body into pieces so as a result of that the government have decided to bring people together in the IDP camp so that they provide enough security to its people because in the villages people are scattered whereby providing enough security to protect people with their properties has become so difficult and that is how people, have started coming into one big unit that is what we call Internally Displaced People’s Camp. 
But before people came into IDP camp they were been looking at IDP camp as a place which is not suitable for them to live in because of very many reasons and what the government did was by forcing people to go to IDP camp, i.e. they gave only 48 hours to people to leave the villages if not they will beat you when you have been found in the village so people have started to come to camp not to lost their life and properties. So at that time when people came into IDP camp the first problem they met is about food and shelter. People were not having good accommodation for this matter some people they have to share one small house with all the family members. And for food they you have to go back to the village and get the remaining food stuff which was left in the village and come with it in the camp whereby if they revel find you there then that will be the end of you also. So later on the United Nations (UN) have started provided the relief food to the people leaving in the IDP cam but still these were not enough for the people because they may give you 50 kilograms of maize and 20 kilograms of beans to eat it for two months and you will find that in some other families there will be 8 people.
Another problem is that when people joined IDP camp there were nothing like water sources. People have to go 20 kilometers away from camp looking for water and also things like health centres were also not in place whereby if you fall sick you have no where to go and get medical services and very many people lost their lives as a result of diseases. Besides that one also they have very many children who are orphans and vulnerable because these children some might have lost their parents as a result of this war, i.e. killed by rebels and other their parents died as a result of AIDS. So these children when they came into the IDP camp they have nobody to take care of them. They started living on their own whereby getting food for them is also something which is very difficult where some have now become thieves because they are lacking the parental care. And some other children who are 13 -16 years are now becoming the child headed family but there is one worst thing that young children who are taking care of their colleagues they are now resorting into selling of their bodies for getting money to get with the food items and as a result of this many children were been found with HIV virus on their body because they don’t have anything to do at all, that is non other than selling of their bodies to sugar daddy and sugar mummy which is increasing the rate of HIV/AIDS virus among the young children. And on the research done by the government, it has been found that many young children are having HIV/AIDS virus on their bodies than the adult people.
Many people also they are traumatized (mad) as a result of this way. Since many of them have been rescued by the government from the rebel but because they were been seeing very many bad things in the bush like killing people, and even some time when they killed you, they will cook you and order some other people who are abducted to eat the dead body who is cooked. This does not happened only in the bush only but they did this one also in some other school in who is in the village by killing teacher and allowed the pupils to eat it, so these are the people who are going, some other bad things like raping young girls/women because they are traumatized.
Another problem which comes as a result of living in IDP camp is steeling and robbery among people. This is happening in the way that if you open up your small business, these are some other people what will look at you with good heart and they tend to steel your properties.
Apart form that there is also divorce between the marriage people because a husband may not be having money for protecting their family and the wife will decide to move and look for somebody who at least better in term of finance. This is not happening with women only but men they also do that because they may not be able to have any effort of protecting their family since they lack some thing to do in order to raise money for protecting the family and for this you will find that the two separated the effect (outcome) will be on the children who are innocent because for them they will not have any access of getting basic needs for them because the single parent who has remain with them can not be able to give enough support for them. There is also segregation among the people especially those who come from the bush like people who were been recued by the government forces from the lord Resistance Army (L.R.A Rebel) were people always they fear those who come form the bush that these people they have evil which is making people to fear them and this is even true because thing used to disturb some of them and some other people also fear to get marriage with them, so these people they always not have freedom to live in the community.
We also have the problem of segregation among the clan. This is happening in the way that some other people they are looking at others as they are the L.R.A. rebels who killed people in their clan. So for this some other people they have fear that their live may be in risk if they are to back to their village.
Akello Mauren she is 16 years old told me that with them as girls they have met challenges in their life in such away that some other parents who are forcing their daughter to get marriage with those who they are at least financially stable in order to help them from the problem they are having so this is violating children right because most of these girls who they always forced to get marriage are from 14 – 16 years. And there are some other young girls who are dropping their child in the latrine after may be they have separated with their husband as well as doing abortion so this really so rampant here.
People in the IDP camp most of them they don’t have anything to do so the only thing they always do is to go and drink alcohol in order to forget about their problem they have like getting money for paying their children in the school and as a result of this many children are living at home, they don’t go to school because their parents can’t afford to pay their fees as well as getting uniform etc so that is why we have decided to start this group in order to help these children who are lacking education because we know through study they will be able to achieve their goal in their future, so for that matter we are welcoming any well wishers to volunteer and help these children with any assistance you feel like you can do.
Another problem which comes as a result of living in IDP camp is steeling and robbery among people. This is happening in the way that if you open up your small business, these are some other people what will look at you with good heart and they tend to steel your properties.
Apart form that there is also divorce between the marriage people because a husband may not be having money for protecting their family and the wife will decide to move and look for somebody who at least better in term of finance. This is not happening with women only but men they also do that because they may not be able to have any effort of protecting their family since they lack some thing to do in order to raise money for protecting the family and for this you will find that the two separated the effect (outcome) will be on the children who are innocent because for them they will not have any access of getting basic needs for them because the single parent who has remain with them can not be able to give enough support for them. There is also segregation among the people especially those who come from the bush like people who were been recued by the government forces from the lord Resistance Army (L.R.A Rebel) were people always they fear those who come form the bush that these people they have evil which is making people to fear them and this is even true because thing used to disturb some of them and some other people also fear to get marriage with them, so these people they always not have freedom to live in the community.
We also have the problem of segregation among the clan. This is happening in the way that some other people they are looking at others as they are the L.R.A. rebels who killed people in their clan. So for this some other people they have fear that their live may be in risk if they are to back to their village.
There is also some other parents who are forcing their daughter to get marriage with those who they are at least financially stable in order to help them from the problem they are having so this is violating children right because most of these girls who they always forced to get marriage are from 14 – 16 years. And there are some other young girls who are dropping their child in the latrine after may be they have separated with their husband as well as doing abortion so this really so rampant here.

venerdì 24 ottobre 2008

Gulu Walk Day 2008 – 25 ottobre '08


Domani, 25 ottobre, in più di 80 città sparse in tutti i continenti migliaia di persone marceranno per manifestare il loro sostegno alla popolazione Acholi del nord Uganda e per denunciare l'inadeguatezza del piano di riconciliazione e riabilitazione sbandierato dal Governo ugandese per far fronte alle attuali necessità della popolazione e dimostratosi, nella sua attuazione, poco efficace.
Il Gulu Walk Day nasce nel 2005 per solidarizzare con i bambini e i ragazzi Acholi che la notte erano costretti a rifugiarsi in città per sfuggire ai rapimenti dei ribelli, esattamente un anno prima che ribelli e Governo ugandese si sedessero al tavolo delle trattative per discutere la pace.

Nell'arco di due anni Gulu Walk Day diventa un evento mondiale che raccoglie più di 30.000 persone e grazie al quale, anche se dal 2006 non vi sono più stati episodi di violenza causati dai ribelli in nord Uganda, si vuol ribadire l'importanza di far emergere all'opinione pubblica il genocidio nord ugandese, le responsabilità dello stesso governo ugandese e della comunità internazionale, ed allo stesso tempo far luce sull'attuale situazione del popolo Acholi costretto a reinventarsi una vita con scarso supporto da parte di Governo e Organizzazioni non Governative.
Avendo OmbrenelMondo avviato il suo primo progetto di Cooperazione allo Sviluppo e Scambio Culturale proprio in nord Uganda, a Gulu, ed avendo quindi toccato con mano le reali condizioni degli Acholi, vogliamo aderire e sostenere il Gulu Walk Day e tutti i partecipanti che vi prenderanno parte nel mondo.

info
www.ombrenelmondo.org
info@ombrenelmondo.org


Le città del Gulu Walk:
Amsterdam, The Netherlands
Beijing, China
Cardiff, Wales
Flekke, Norway
Gulu, Kampala, Uganda
Gwangju, South Korea
Jerusalem, Israel
Lome, Togo
London, Manchester,Birmingham, England
Ouagadougou, Burkina Faso
Perth, Tweed Heads, Australia
Uzice, Serbia

Canada: Antigonish,Burlington,Calgary,Edmonton,Fort McMurray,Fredericton,Goderich,
Grande Prairie,Guelph,Halifax,Hamilton,Kelowna,Kitchener-Waterloo,London,Montreal,
Oshawa,Ottawa,Regina,St. John's,Toronto,Vancouver,Victoria,Windsor,Winnipeg.
Stati Uniti: Albion,Atlanta,Boston,Boulder,Chapel Hill,Charlottesville,Clemson,
Colorado Springs,Dallas,Grand Rapids,Greenville,Iowa City,Kansas City,La Crosse,Lawrence,
Lewisburg,Los Angeles,Memphis,Nashville,New York,Norfolk,Philadelphia,Phoenix,Pittsburgh,
Portland,Providence,Raleigh,San Antonio,San Diego,San Francisco,San Jose,Seattle,Slippery Rock,South Bend,St. Augustine,St. Louis,Washington,Wasilla.

sabato 27 settembre 2008

GET - Trento, 10 - 19 ottobre 2008

Prenderà il via il 10 ottobre a Trento la dieci giorni sul Nord Uganda organizzata dall'Associazione Culturale OMBRENELMONDO in collaborazione con Estroteatro e chiamata GET (Gulu – Estro – Trento).
Grazie al finanziamento dell'Assessorato all'Emigrazione, Solidarietà Internazionale, Sport e Pari Opportunità della Provincia di Trento e al Centro Servizi Volontariato OMBRENELMONDO propone, al pubblico trentino e non, cinque eventi per avvicinare e sensibilizzare sulla situazione presente e passata delle popolazioni del Nord Uganda, in particolare quella Acholi, e per informare in merito al progetto di Cooperazione allo Sviluppo “EstroinGulu” che l'Associazione da due anni sta portando avanti a Gulu.



Si parte con la presentazione del documentario di Pietro Luzzati “Today, a special day” che verrà proiettato il giorno 10 alle 21 presso lo Spazio Ridotto 43 in Galleria Torre Vanga; il video, che verrà riproposto giovedì 16 in una non stop di cinque ore nel medesimo luogo, grazie alle voci e ai volti dei partecipanti al progetto EstroinGulu racconta le difficoltà e le speranze dei giovani Acholi. Il giorno successivo, sabato 11, si aprirà, sempre alle 21 presso lo Spazio Off in via Venezia, la prima delle tre esposizioni in calendario dal titolo EstroinGulu: attraverso di essa il photoreporter Michele Trotter racconta lo svolgimento del progetto di Cooperazione; l'esposizione sarà visitabile fino a venerdì 17 con orario dalle 18 alle 22.
Domenica 12 si proseguirà con lo spettacolo teatrale “Tana libera tutti – il mondo capovolto” per la regia di Maura Pettorruso con Mirko Corradini; un viaggio a cavallo tra i fantasmi del passato e la gioia del quotidiano visti con gli occhi di un ragazzo nord ugandese. La seconda esposizione di Trotter, “Nord Uganda - terra di profughi”, verrà inaugurata presso il Centro Sociale Bruno martedì 14 alle ore 18 e resterà aperta al pubblico fino a domenica 19 con orario dalle 17 alle 23. L'ultimo evento, l'esposizione “Karamoja”, si terrà nei giorni di sabato 18 e domenica 19 in via Taramelli 8/2 dalle 17 alle 22. All'interno dei vari eventi verrà inoltre presentato il volume fotografico che raccoglie le immagini delle esposizioni. Per informazioni: info@ombrenelmondo.org - www.ombrenelmondo.org.


CALENDARIO G E T Gulu – Estro – Trento
TRENTO, 10/19 ottobre '08


Proiezione documentario di Pietro Luzzati
TODAY, A SPECIAL DAY- EstroinGulu '08
venerdì, 10 ore 21 e giovedì 16 dalle ore 17 alle 22
Spazio Ridotto 43 – Galleria Torre Vanga, 14

Esposizione fotografica di Michele Trotter
ESTROINGULU
sabato 11 – venerdì 17 dalle 18 alle 22 – Spazio Off – via Venezia, 5
Inaugurazione e conferenza: sabato 11 ore 21

Spettacolo teatrale di Maura Pettorruso con Mirko Corradini
TANA LIBERA TUTTI – il mondo capovolto
domenica 12 ore 21 – Teatro Cuminetti – via S. Croce, 67

Esposizione fotografica di Michele Trotter
NORD UGANDA – terra di profughi
martedì 14 – domenica 19 dalle 17 alle 23 – Centro Sociale Bruno – via Dogana, 1
Inaugurazione e conferenza: martedì 14 ore 18

Esposizione fotografica di Michele Trotter
KARAMOJA
sabato 18 e domenica 19 dalle 17 alle 22 – via Taramelli, 8/2

mercoledì 17 settembre 2008

OMBRENELMONDO compie un anno

Scrivo dall'Uganda e più precisamente da Gulu; proprio qui, dove pare sia nata l'idea di creare un'Associazione che potesse in qualche modo, nel suo piccolo, migliorare la società in cui viviamo tutti noi. Progetto ambizioso? Sì, decisamente. Tuttavia credo ancora oggi che la sinergia tra le persone sia l'unico modo uscire dal buco nero dentro il quale stiamo precipitando.
Ieri, 16 settembre 2008 OMBRENELMONDO ha spento la sua prima candelina. I primi 365 giorni sono passati e, per fortuna, siamo ancora qui... con qualche grattacapo in più e con i piedi un po' più saldi al terreno: non posso dire siano state tutte rose e fiori ma i primi passi si muovono anche sbagliando. Tuttavia spesso mi è capitato, specialmente negli ultimi mesi, di parlare di quello che abbiamo fatto fino ad oggi e i miei interlocutori hanno più volte manifestato stupore per la mole di lavoro concretizzato oltre ad un curioso interesse per la via intrapresa.
Questo è stato possibile solo grazie all'apporto dato dai soci di OMBRENELMONDO nell'arco dei passati dodici mesi; mi pare doveroso quindi, nel ringraziarli/le, sintetizzare quanto fatto:

- settembre 2007: presentazione del video/racconto di Pietro Luzzati “EstroinGulu '07”;
- ottobre/novembre 2007: costruzione del sito internet di OMBRENELMONDO realizzato da Simone Galanti;
- novembre 2007: realizzazione e messa in scena a Trento dello spettacolo teatrale sulla situazione israelo-palestinese 9 METRI – LA MISURA DELL'INDIFFERENZA di Pisana Cersosimo e Michele Trotter;
- dicembre 2007: 6 date di sensibilizzazione a Trento sulla realtà del Nord Uganda;
- dicembre 2007: condivisione con Estroteatro del debutto a Trento di TANA LIBERA TUTTI – IL MONDO CAPOVOLTO, spettacolo teatrale di Maura Pettorruso con Mirko Corradini;
- dicembre 2007: messa in scena della seconda versione dello spettacolo teatrale TURI-BALI-SMO di Pisana Cersosimo e Michele Trotter;
- gennaio/aprile 2008: realizzazione della prima parte della sensibilizzazione '08 – progetto di Educazione allo Sviluppo GET - sulla situazione del Nord Uganda a Borgo Valsugana, Besenello, Trento e Villazzano;
- febbraio 2008: realizzazione del progetto pilota di Cooperazione allo Sviluppo e Scambio Culturale “EstroinMoroto '08” a Moroto (Uganda) in collaborazione con Estroteatro e l'ONG Cooperazione e Sviluppo;
- marzo 2008: realizzazione del progetto di Cooperazione allo Sviluppo e Scambio Culturale “EstroinGulu '08” (anno II) a Gulu (Uganda) in collaborazione con Estroteatro e l'ONG Comboni Samaritans;
- luglio/agosto/settembre 2008: realizzazione e messa in scena dello spettacolo teatrale ACQUMANA di Michele Trotter e Pisana Cersosimo.

La speranza è che tutto questo sia di buon auspicio per il proseguo delle attività di OMBRENELMONDO in futuro.
La mia prospettiva è che OMBRENELMONDO continui a stupire per quello che sa offrire e per dove può arrivare, che sappia nel tempo rinnovarsi e migliorarsi e soprattutto che possa essere d'aiuto a chi ne è parte e a chiunque si avvicini ad essa.
Grazie a tutte e a tutti.
Michele

giovedì 28 agosto 2008

AcqumanA

OMBRENELMONDO
presenta
Officina Teatro Sociale
IL MONDO DEI SECONDI

A c q u m a n A

spettacolo teatrale di Michele Trotter e Pisana Cersosimo


Martedì 02 settembre '08 - ore 21
c/o Centro Civico - Mezzano (TN)


In scena:
Andrea Bettega
Pisana Cersosimo
Alessandra Galdi
Valeria Parravicini
Michele Trotter

Musiche:
Licia Bettega - voce
Mario Bettega - chitarra/basso

Luci:
Alessandro Stefani

Testo:
Pisana Cersosimo
Michele Trotter

Regia:
Michele Trotter

venerdì 15 agosto 2008

Esposizione fotografica: NORD UGANDA

Nell'ambito del progetto di Educazione allo Sviluppo e sensibilizzazione sulla realtà nord-ugandese OMBRENELMONDO promuove l'esposizione fotografica di Michele Trotter NORD UGANDA.
Lunedì 18 agosto '08 - dalle ore 17 alle 24
Via Terrabugio, 20 - Fiera di Primiero (TN)

giovedì 7 agosto 2008

AcqumanA

OMBRENELMONDO
presenta
Officina Teatro Sociale
IL MONDO DEI SECONDI
in
AcqumanA

spettacolo teatrale di Michele Trotter e Pisana Cersosimo

martedì 12 agosto - ore 21
Palazzo Someda in Clarofonte - Transacqua (TN)



In scena:
Andrea Bettega
Pisana Cersosimo
Alessandra Galdi
Valeria Parravicini
Michele Trotter

Musiche:
Licia Bettega - voce
Mario Bettega - chitarra/basso

Luci:
Alessandro Stefani

Testo:
Pisana Cersosimo
Michele Trotter

Regia:
Michele Trotter

martedì 22 luglio 2008

AL COLMO LA FECCIA

OMBRENELMONDO aderisce all'appello di Alex Zanotelli.


AL COLMO LA FECCIA"

LETTERA AGLI AMICI di padre Alex Zanotelli

Alex Zanotelli
(17 luglio 2008)

Carissimi,
è con la rabbia in corpo che vi scrivo questa lettera dai bassi di Napoli, dal Rione Sanità nel cuore di quest'estate infuocata. La mia è una rabbia lacerante perché oggi la Menzogna è diventata la Verità. Il mio lamento è così ben espresso da un credente ebreo nel Salmo 12: " Solo falsità l'uno all'altro si dicono: bocche piene di menzogna, tutti a nascondere ciò che tramano in cuore. Come rettili strisciano, e i più vili emergono, è al colmo la feccia." Quando, dopo Korogocho, ho scelto di vivere a Napoli , non avrei mai pensato che mi sarei trovato a vivere le stesse lotte. Sono passato dalla discarica di Nairobi, a fianco della baraccopoli di Korogocho alle lotte di Napoli contro le discariche e gli inceneritori. Sono convinto che Napoli è solo la punta dell'iceberg di un problema che ci sommerge tutti. Infatti, se a questo mondo, gli oltre sei miliardi di esseri umani vivessero come viviamo noi ricchi (l'11% del mondo consuma l'88% delle risorse del pianeta!) avremmo bisogno di altri quattro pianeti come risorse e di altro quattro come discariche ove buttare i nostri rifiuti. I poveri di Korogocho, che vivono sulla discarica, mi hanno insegnato a riciclare tutto, a riusare tutto, a riparare tutto, a rivendere tutto, ma soprattutto a vivere con sobrietà. E' stata una grande lezione che mi aiuta oggi a leggere la situazione dei rifiuti a Napoli e in Campania, regione ridotta da vent'anni a sversatoio nazionale dei rifiuti tossici. Infatti esponenti della camorra in combutta con logge massoniche coperte e politici locali, avevano deciso nel 1989, nel ristorante "La Taverna" di Villaricca, di sversare i rifiuti tossici in Campania. Questo perché diventava sempre più difficile seppellire i nostri rifiuti in Somalia. Migliaia di Tir sono arrivati da ogni parte di Italia carichi di rifiuti tossici e sono stati sepolti dalla camorra nel Triangolo della morte (Acerra-Nola- Marigliano), nelle Terre dei fuochi (Nord di Napoli) e nelle campagne del Casertano. Questi rifiuti tossici "bombardano" oggi, in particolare i neonati, con diossine, nanoparticelle che producono tumori, malformazioni , leucemie... Il documentario \"Biutiful Cauntri\" esprime bene quanto vi racconto. A cui bisogna aggiungere il disastro della politica ormai subordinata ai potentati economici-finanziari. Infatti questa regione è stata gestita dal 1994 da 10 commissari straordinari per i rifiuti,scelti dai vari governi nazionali che si sono succeduti. (E'sempre più chiaro, per me, l'intreccio fra politica, potentati economici-finanziari, camorra, logge massoniche coperte e servizi segreti!). In 15 anni i commissari straordinari hanno speso oltre due miliardi di euro, per produrre oltre sette milioni di tonnellate di "ecoballe", che di eco non hanno proprio nulla: sono rifiuti tal quale, avvolti in plastica che non si possono nè incenerire (la Campania è già un disastro ecologico!) né seppellire perché inquinerebbero le falde acquifere. Buona parte di queste ecoballe, accatastate fuori la città di Giugliano, infestano con il loro percolato quelle splendide campagne denominate \"Taverna del re\". E così siamo giunti al disastro! Oggi la Campania ha raggiunto gli stessi livelli di tumore del Nord-Est, che però ha fabbriche e lavoro. Noi, senza fabbriche e senza lavoro, per i rifiuti siamo condannati alla stessa sorte. Il nostro non è un disastro ecologico -lo dico con rabbia- ma un crimine ecologico, frutto di decisioni politiche che coprono enormi interessi finanziari. Ne è prova il fatto che Prodi, a governo scaduto, abbia firmato due ordinanze: una che permetteva di bruciare le ecoballe di Giugliano nell'inceneritore di Acerra, l'altra che permetteva di dare il Cip 6 (la bolletta che paghiamo all'Enel per le energie rinnovabili) ai 3 inceneritori della Campania che "trasformano la merda in oro -come dice Guido Viale- Quanto più merda, tanto più oro!". Ulteriore rabbia quando il governo Berlusconi ha firmato il nuovo decreto n. 90 sui rifiuti in Campania. Berlusconi ci impone, con la forza militare, di costruire 10 discariche e quattro inceneritori. Se i 4 inceneritori funzionassero, la Campania dovrebbe importare rifiuti da altrove per farli funzionare. Da solo l'inceneritore di Acerra potrebbe bruciare 800.000 tonnellate all'anno! E' chiaro allora che non si vuole fare la raccolta differenziata, perché se venisse fatta seriamente (al 70%), non ci sarebbe bisogno di quegli inceneritori. E' da 14 anni che non c'è volontà politica di fare la raccolta differenziata. Non sono i napoletani che non la vogliono, ma i politici che la ostacolano perché devono ubbidire ai potentati economici-finanziari promotori degli inceneritori. E tutto questo ci viene imposto con la forza militare vietando ogni resistenza o dissenso, pena la prigione. Le conseguenze di questo decreto per la Campania sono devastanti. \"Se tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge (articolo 3 della Costituzione), i Campani saranno meno uguali, avranno meno dignità sociale\" così afferma un recente Appello ai Parlamentari Campani. Ciò che è definito "tossico" altrove, anche sulla base normativa comunitaria, in Campania non lo è; ciò che altrove è considerato "pericoloso"qui non lo sarà. Le regole di tutela ambientale e salvaguardia e controllo sanitario, qui non saranno in vigore. La polizia giudiziaria e la magistratura, in tema di repressione di violazioni della normativa sui rifiuti, hanno meno poteri che nel resto d'Italia e i nuovi tribunali speciali, per la loro smisurata competenza e novità, non saranno in grado di tutelare, come altrove accade, i diritti dei Campani". Davanti a tutto questo, ho diritto ad indignarmi. Per me è una questione etica e morale. Ci devo essere come prete, come missionario. Devo esserci nella lotta su tutto questo che costituisce una grande minaccia alla salute dei cittadini campani.
Il decreto Berlusconi straccia il diritto alla salute dei cittadini Campani. Per questo sono andato con tanta indignazione in corpo all'inceneritore di Acerra, a contestare la conferenza stampa di Berlusconi, organizzata nel cuore del Mostro, come lo chiama la gente. Eravamo pochi, forse un centinaio di persone. (La gente di Acerra, dopo le botte del 29 agosto 2004 da parte delle forze dell'ordine, è terrorizzata e ha paura di scendere in campo). Abbiamo tentato di dire il nostro no a quanto stava accadendo. Abbiamo distribuito alla stampa i volantini: \"Lutto cittadino. La democrazia è morta ad Acerra. Ne danno il triste annuncio il presidente Berlusconi e il sottosegretario Bertolaso." Nella conferenza stampa (non ci è stato permesso di parteciparvi!) Berlusconi ha chiesto scusa alla Fibe per tutto quello che ha "subito" per costruire l'inceneritore ad Acerra! (Ricordo che la Fibe è sotto processo oggi!). Uno schiaffo ai giudici! Bertolaso ha annunciato che aveva firmato il giorno prima l'ordinanza con la Fibe perché finisse i lavori! Poi ha annunciato che avrebbe scelto con trattativa privata, una delle tre o quattro ditte italiane e una straniera, a gestire i rifiuti. Quella italiana sarà quasi certamente la A2A (la multiservizi di Brescia e Milano) e quella straniera è la Veolia, la più grande multinazionale dell'acqua e la seconda al mondo per i rifiuti. Sarà quasi certamente Veolia a papparsi il bocconcino e così, dopo i rifiuti, si papperà anche l'acqua di Napoli. Che vergogna! E' la stravittoria dei potentati economici-finanziari, il cui unico scopo è fare soldi in barba a tutti noi che diventiamo le nuove cavie. Sono infatti convinto che la Campania è diventata oggi un ottimo esempio di quello che la Naomi Klein nel suo libro \"Shock Economy\", chiama appunto l'economia di shock! Lì dove c'è emergenza grave viene permesso ai potentati economico-finanziari di fare cose che non potrebbero fare in circostanze normali. Se funziona in Campania, lo si ripeterà altrove. (New Orleans dopo Katrina insegna!). E per farci digerire questa pillola amara, O' Sistema ci invierà un migliaio di volontari per aiutare gli imbecilli dei napoletani a fare la raccolta differenziata, un migliaio di alpini per sostenere l'operazione e trecento psicologi per oleare questa operazione!!
Ma a che punto siamo arrivati in questo paese!?!
Mi indigno profondamente! E proclamo la mia solidarietà a questo popolo massacrato! \"Padre Alex e i suoi fratelli\" era scritto in una fotografia apparsa su Tempi (inserto di La Repubblica). Sì, sono fiero di essere a Napoli in questo momento così tragico con i miei fratelli (e sorelle) di Savignano Irpino, espropriati del loro terreno seminato a novembre, con i miei fratelli di Chiaiano, costretti ad accedere nelle proprie abitazioni con un pass perchè sotto sorveglianza militare. Per questo, con i comitati come Allarme rifiuti tossici, con le reti come Lilliput e con tanti gruppi, continueremo a resistere in Campania.
Non ci arrenderemo.
Vi chiedo di condividere questa rabbia, questa collera contro un Sistema economico-finanziario che ammazza ed uccide non solo i poveri del Sud del mondo, ma anche i poveri nel cuore dell'Impero. Trovo conforto nelle parole del grande resistente contro Hitler, il pastore luterano danese, Kaj Munk ucciso dai nazisti nel 1944 .\"Qual è dunque il compito del predicatore oggi? Dovrei rispondere: fede, speranza e carità. Sembra una bella risposta. Ma vorrei dire piuttosto: coraggio. Ma no, neppure questo è abbastanza provocatorio per costituire l'intera verità... Il nostro compito oggi è la temerarietà. Perchè ciò di cui come Chiesa manchiamo non è certamente né di psicologia né di letteratura. Quello che a noi manca è una santa collera". Davanti alla Menzogna che furoreggia in questa regione campana, non ci resta che una santa collera. Una collera che vorrei vedere nei miei concittadini, ma anche nella mia Chiesa. "I simboli della Chiesa Cristiana sono sempre stati il leone, l'agnello, la colomba e il pesce -diceva sempre Kaj Munk- mai il camaleonte". Vi scrivo questo al ritorno della manifestazione tenutasi nelle strade di Chiaiano, contro l'occupazione militare della cava. Invece di aspettare il giudizio dei tecnici sull'idoneità della cava, Bertolaso ha inviato l'esercito per occuparla. La gente di Chiaiano si sente raggirata, abbandonata e tradita . Non abbandonateci. E' questione di vita o di morte per tutti. E' con tanta rabbia che ve lo scrivo. Resistiamo!

lunedì 7 luglio 2008

ROMA - 8 LUGLIO 2008

OMBRENELMONDO aderisce e sostiene la manifestazione dell'8 luglio a Roma contro le leggi canaglia. Tuttavia l'Associazione non intende personalizzare l'evento. Pur non avendo appartenenza politica di alcun genere come Associazione, OMBRENELMONDO aderisce, sostiene, partecipa, diffonde le iniziative e gli eventi, provenienti dalla società civile, da partiti politici, da organizzazioni, da singoli cittadini, in Italia ed all'estero, che mettono in risalto la difesa dei principi etici che accomunano, o dovrebbero farlo, la convivenza tra esseri umani ed il loro rapporto con il potere costituito e non, i diritti sanciti dai trattati internazionali che tutelano le persone ed in particolare i più deboli e vulnerabili, sempre confrontandosi con la realtà nella quale tali principi e diritti vengono violati.
A tale proposito, la manifestazione che si svolgerà l'8 luglio a Roma, per il suo carattere, sarà sostenuta anche da noi. La manifestazione si pone come scopo quello di porre freno alle leggi con le quali si sta tentando in Italia di distruggere il principio sancito nella Costituzione Italiana “la legge è uguale per tutti” attraverso l'immunità per quattro delle cinque cariche più alte dello Stato (Presidente della Repubblica, Presidente del Consiglio, Presidente della Camera, Presidente del Senato), la valenza della magistratura attraverso il provvedimento sulle intercettazioni e attraverso i continui attacchi farciti di gravissime prese di posizioni nei confronti di chi svolge un ruolo fondamentale nei Paesi che vogliono essere definiti democratici, lo stato di diritto attraverso il blocco dei processi ed il diritto di cronaca e ad un'informazione libera e pluralista vietando la pubblicazione di qualunque notizia sulle indagini a riguardo dei processi.
Per comprendere le motivazioni di un'azione contro la norma “blocca processi” e contro l'immunità per quattro alte cariche dello Stato vi invitiamo a leggere l'appello sottoscritto da cento costituzionalisti, nel quale esprimono "insuperabili perplessità di legittimità costituzionale" sull'emendamento blocca-processi e sul lodo Alfano sull'immunità temporanea per le alte cariche dello Stato e chiedono di aderire al loro appello "in difesa della Costituzione".


In difesa della Costituzione
Lodo e processi rinviati
strappo all'uguaglianza

I sottoscritti professori ordinari di diritto costituzionale e di discipline equivalenti, vivamente preoccupati per le recenti iniziative legislative intese: 1) a bloccare per un anno i procedimenti penali in corso per fatti commessi prima del 30 giugno 2002, con esclusione dei reati puniti con la pena della reclusione superiore a dieci anni; 2) a reintrodurre nel nostro ordinamento l'immunità temporanea per reati comuni commessi dal Presidente della Repubblica, dal Presidente del Consiglio dei Ministri e dai Presidenti di Camera e Senato anche prima dell'assunzione della carica, già prevista dall'art. 1 comma 2 della legge n. 140 del 2003, dichiarato illegittimo dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 24 del 2004, premesso che l'art. 1, comma 2 della Costituzione, nell'affermare che "La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione", esclude che il popolo possa, col suo voto, rendere giudiziariamente immuni i titolari di cariche elettive e che questi, per il solo fatto di ricoprire cariche istituzionali, siano esentati dal doveroso rispetto della Carta costituzionale, rilevano, con riferimento alla legge di conversione del decreto legge n. 92 del 2008, che gli artt. 2 bis e 2 ter introdotti con emendamento a tale decreto, sollevano insuperabili perplessità di legittimità costituzionale perché: a) essendo del tutto estranei alla logica del cosiddetto decreto-sicurezza, difettano dei requisiti di straordinaria necessità ed urgenza richiesti dall'art. 77, comma 2 Cost. (Corte cost., sentenze n. 171 del 2007 e n. 128 del 2008); b) violano il principio della ragionevole durata dei processi (art. 111, comma 1 Cost., art. 6 Convenzione europea dei diritti dell'uomo); c) pregiudicano l'obbligatorietà dell'azione penale (art. 112 Cost.), in conseguenza della quale il legislatore non ha il potere di sospendere il corso dei processi, ma solo, e tutt'al più, di prevedere criteri - flessibili - cui gli uffici giudiziari debbano ispirarsi nella formazione dei ruoli d'udienza; d) la data del 30 giugno 2002 non presenta alcuna giustificazione obiettiva e razionale; e) non sussiste alcuna ragionevole giustificazione per una così generalizzata sospensione che, alla sua scadenza, produrrebbe ulteriori devastanti effetti di disfunzione della giustizia venendosi a sommare il carico dei processi sospesi a quello dei processi nel frattempo sopravvenuti; rilevano, con riferimento al cosiddetto lodo Alfano, che la sospensione temporanea ivi prevista, concernendo genericamente i reati comuni commessi dai titolari delle sopra indicate quattro alte cariche, viola, oltre alla ragionevole durata dei processi e all'obbligatorietà dell'azione penale, anche e soprattutto l'art. 3, comma 1 Cost., secondo il quale tutti i cittadini "sono eguali davanti alla legge".
Osservano, a tal proposito, che le vigenti deroghe a tale principio in favore di titolari di cariche istituzionali, tutte previste da norme di rango costituzionale o fondate su precisi obblighi costituzionali, riguardano sempre ed esclusivamente atti o fatti compiuti nell'esercizio delle proprie funzioni. Per contro, nel cosiddetto lodo Alfano la titolarità della carica istituzionale viene assunta non già come fondamento e limite dell'immunità "funzionale", bensì come mero pretesto per sospendere l'ordinario corso della giustizia con riferimento a reati "comuni".
Per ciò che attiene all'analogo art. 1, comma 2 della legge n. 140 del 2003, i sottoscritti rilevano che, nel dichiararne l'incostituzionalità con la citata sentenza n. 24 del 2004, la Corte costituzionale si limitò a constatare che la previsione legislativa in questione difettava di tanti requisiti e condizioni (tra cui la doverosa indicazione del presupposto - e cioè dei reati a cui l'immunità andrebbe applicata - e l'altrettanto doveroso pari trattamento dei ministri e dei parlamentari nell'ipotesi dell'immunità, rispettivamente, del Premier e dei Presidenti delle due Camere), tali da renderla inevitabilmente contrastante con i principi dello Stato di diritto.
Ma ciò la Corte fece senza con ciò pregiudicare la questione di fondo, qui sottolineata, della necessità che qualsiasi forma di prerogativa comportante deroghe al principio di eguale sottoposizione di tutti alla giurisdizione penale debba essere introdotta necessariamente ed esclusivamente con una legge costituzionale.
Infine, date le inesatte notizie diffuse al riguardo, i sottoscritti ritengono opportuno ricordare che l'immunità temporanea per reati comuni è prevista solo nelle Costituzioni greca, portoghese, israeliana e francese con riferimento però al solo Presidente della Repubblica, mentre analoga immunità non è prevista per il Presidente del Consiglio e per i Ministri in alcun ordinamento di democrazia parlamentare analogo al nostro, tanto meno nell'ordinamento spagnolo più volte evocato, ma sempre inesattamente.

Per aderire all'appello:
http://www.repubblica.it/speciale/2008/appelli/costituzionalisti/index.html

Per aderire alla manifestazione dell'8 luglio:
info@liberacittadinanza.it

Tuttavia OMBRENELMONDO ritiene che decreti "blocca-processi" o sulle intercettazioni telefoniche siano solo un pezzo di una deriva che sta riducendo il ruolo, quando non l'esistenza stessa, di diritti legati tra loro come quelli sociali, politici e giurisdizionali. Alcuni di questi diritti potrebbero venire così calpestati:
- il tentativo di stravolgimento della Carta Costituzionale anche attraverso leggi ordinarie, quindi senza seguire l'iter previsto dalla Legge stessa.
- il tentativo di abbattere la parità di diritti per tutti i cittadini attraverso l'immunità per cinque alte cariche dello Stato;
- rilevare impronte digitali ai rom è contro le convenzioni per i diritti umani;
- la “reclusione” dei migranti fino a 18 mesi nei CPT;
- il tentativo di cancellazione dell'istituto del contratto nazionale (sindacato), che offre garanzie collettive, in favore di una individualizzazione del rapporto di lavoro, quindi di cancellazione della tutela dei diritti di tutti i lavoratori;
- lo schieramento dell'esercito contro qualsiasi manifestazione di conflitto sociale o lotta territoriale;
- le misure sull'inflazione programmata che determineranno ulteriori perdite salariali ed aumento dei prezzi a fronte di un Paese in crisi economica;
- il continuo tentativo di monopolizzare l'informazione – da ultimo il salvataggio di rete 4;
Vengono altresì accantonate le priorità dell'Italia, ossia le reali condizioni della società in un Paese che presenta livelli di corruzione paragonabili a quelli dei Paesi in via di sviluppo, un Paese nel quale l'illegalità va oltre ogni concezione logica anzi dove l'illegalità diventa essa stessa logica penetrando in qualsiasi ambito, dove il “populismo politico” sta trascinando l'Italia verso una deriva autoritaria e illiberale.
In Italia stiamo assistendo ormai da tempo ad un tentativo di colpo di stato democratico; non il rovesciamento, ma il controllo del sistema attraverso l'indebolimento della magistratura, l'annullamento dei sindacati, il controllo dell'informazione, la scomparsa dell'opposizione politica, il controllo e la repressione delle classi che non possiedono alcun potere e l'impunità ed il privilegio per le classi che se lo possono permettere.

Concludendo, nella speranza che a questo appello vi possa essere una risposta ampia e consapevole riportiamo un pezzo tratto dal blog di Beppe Grillo:

Il castello di carte Italia sta per cadere. Potrebbe avvenire in autunno. Insieme alle foglie cadranno le carte, le imprese, i posti di lavoro. Il castello è stato costruito, una tessera alla volta, in più di vent’anni. L’Italia è stata spolpata dall’interno. Al suo posto ci sono le carte da gioco. Ora non sta più in piedi. I venti della recessione americana, delle truffe finanziarie, dai future ai subprime, del costo del denaro, dell’aumento del petrolio e delle materie prime stanno soffiando. Chi è in salute potrà guarire, chi ha già la broncopolmonite, come l’Italia, finirà in ospedale o dal becchino.
Le imprese italiane stanno scomparendo, sono una specie in via di estinzione. Il sistema produttivo si sta desertificando sotto l’effetto serra dei partiti e delle lobby. 245.843 aziende hanno chiuso nel 2007. Il 22,5% delle piccole e medie aziende, che sono sempre più a rischio per il caro greggio. Le grandi aziende stanno anche peggio. Telecom Italia potrebbe licenziare 20.000 persone, Alitalia 8.000, la Fiat un numero a piacere. I posti a rischio sono 300.000. Le imprese che resistono sono sempre più indebitate. Sopravvivono grazie ai debiti con le banche, a fine 2007 sono arrivati a 780 miliardi di euro, in sette anni sono aumentati del 72,4%.
La situazione è grave, ma non è seria. Gli italiani hanno gli stipendi più bassi d’Europa, i costi per i servizi, dalla telefonia alle autostrade, mediamente più alti d’Europa. I precari sono ormai la normalità, stimati in circa sei milioni. I parlamentari hanno emolumenti più alti dei loro colleghi europei e si eleggono tra di loro. Gli industriali hanno privatizzato lo Stato insieme ai partiti e si spartiscono i dividendi sui bisogni primari dei cittadini, dall’acqua, all’elettricità, ai rifiuti.
L’Italia è già in un’economia di guerra. In futuro i militari presidieranno le banche al posto delle discariche. Lo psiconano pensa ai suoi processi. Ma l’emergenza è l’economia. Lo stipendio alla fine del mese. L’Italia è come una mongolfiera che sta precipitando. Bisogna liberarsi di ogni peso, di ogni costo inutile. I dipendenti pubblici sono quattro milioni, più della popolazione dell’Irlanda. Le imprese vanno liberate da uno stillicidio di tasse e di anticipi. La legge 30 va abolita. Le regioni autonome lo siano con i loro redditi, altrimenti dichiarino la secessione dall’Italia che le mantiene.
I politici discutono del nulla, ma il castello di carte cadrà e gli italiani cercheranno, come hanno sempre fatto nella Storia, i capri espiatori.

venerdì 6 giugno 2008

Alison Jones
Director of Advocacy
Resolve Uganda

The Juba Peace Process, the two-year negotiations aimed at ending the war in Uganda, has ended with rebel leader Joseph Kony refusing to sign the final agreement. Though we've made incredible progress in the past two years, It appears that we have reached the end of the road for this process.

It is now more important than ever that we keep up the pressure on our leaders to end this war. These peace talks produced a surge of helpful attention from our leaders, and they will be tempted to now turn their attention elsewhere. Returning to the neglect and indifference of the past would have catastrophic consequences for the people of northern Uganda.

We cannot afford to have that happen. The stakes are too high.

Even though they failed to achieve a signed final agreement, significant progress was still made. What had been been labeled as one of the worst and most neglected humanitarian crises in the world just a few years ago has seen transformation. Nearly a million people began to leave displacement camps and return home and children were no longer forced to commute at night to stay safe. These gains must be sustained and consolidated.

Despite this progress in northern Uganda, the Lord's Resistance Army is now operating in the border regions between three countries: the Congo, Sudan and the Central African Republic. Abductions of young children are once again occurring, and we have good reason to believe they will only increase in the coming weeks.
As the rebel group prepares to return to war, we must urge our leaders to fight harder than ever to achieve peace.

For those of you who have worked so hard to help achieve peace in Uganda, I know that this news is extremely discouraging. But with so much progress made and so much still hanging in the balance, now is not the time to give up hope. Successful peace processes require long-term vision and persistence. Together, we can be the factor that prevents history from repeating itself. We can keep the attention of our leaders on this issue and keep pushing them to do everything they can for peace.

There are no alternatives.

We'll be in touch soon.

giovedì 15 maggio 2008

Uganda: A New Peace Strategy for Northern Uganda and the LRA


DOCUMENT
8 May 2008
Posted to the web 8 May 2008
Julia Spiegel and John Prendergast
Lord’s Resistance Army leader Joseph Kony’s failure to sign a peace deal in April drove a nail into the coffin of the Juba peace process—a process that is grinding to an unsuccessful end.[1]
The talks have certainly contributed to northern Uganda’s current state of relative peace and created a mechanism to address tensions between the people in the North and the southern-dominated government in Kampala. But without real leverage and without a direct channel of negotiations to Kony himself, the LRA leader has exploited this last year of negotiations to stave off international pressure, collect food and money from the mediators and donors, and buy time to abduct, train, and equip new combatants. Another meeting with the LRA high command and the mediators set for May 10 looks like it will just be more of the same.
Over the past two years, Kony has successfully morphed from a rebel/predator in northern Uganda into a genuine regional warlord, with small but deadly units marauding throughout eastern Democratic Republic of Congo, southern Sudan, and the Central African Republic. The LRA abducted between 300 and 500 people in the region during the three-month lead up to the dramatic non-conclusion of the peace process.[2] These actions warrant investigation by the International Criminal Court and strong international censure. The LRA also established a new safe haven in southeastern Central African Republic (where it is abducting new recruits), complementing its established sanctuary in the Garamba National Park in eastern Democratic Republic of Congo.
The failure to reach a final deal with Kony last month sheds light on the critical issue that has plagued the Juba peace process from the outset. Negotiating a deal with the LRA diaspora delegation that purportedly represented Kony’s interests in the talks does not translate into a deal with Kony; his core interest in his personal security and livelihood is unrelated to the laundry list of grievances and negotiating positions of the diaspora delegation that negotiated.
With hopes of a peace agreement dashed by Kony’s intransigence, it is time for a new approach. While the Juba peace process did have certain benefits, it no longer makes sense for the mediators to attempt to appease an LRA that is intent upon spreading its terror across the region, and no longer worth delaying justice for the 1.5 million Ugandans who remain in the displaced persons camps created out of Kony’s horrors in northern Uganda. Some religious and cultural leaders from the North continue to reach out to Kony in the hopes of re-energizing the peace process. While their efforts are commendable, it has become clear that Kony is not interested in signing this agreement.[3] Talks therefore must come to a close.
Ugandan women peace protesters
What is needed now is a two-track strategy that will both enable northern Uganda to consolidate its relative peace, and will address the regional threat that Kony now poses.
Track 1: Assist the people of the North with rebuilding their lives: In contrast to the remote chance of a deal with Kony, a huge opportunity exists in northern Uganda to facilitate the return of the long-suffering displaced people to their homes. While Kony and the LRA remain a looming regional threat, a serious attack in the North in the short term is unlikely. It is thus critical to use this time to promote reconstruction and development while providing maximal protection with Ugandan police and military forces so that civilians who choose to return home are not at undue risk.
The Acholi communities—those in the North most affected by this war—should no longer be held hostage by the fits and starts in Juba. [4]
Track 2: Deal with Kony as a regional threat: The international community must demonstrate to Kony once and for all that his days of impunity are over. International leverage must be forged through the development of a credible regional military strategy to apprehend Kony and the other two LRA commanders indicted by the ICC.[5] Military planning should be accompanied by efforts to reduce external support for the LRA from the Sudanese government and from small, radicalized elements of the Ugandan diaspora who want to undermine Ugandan President Museveni’s rule. Specifically, the United States and the United Kingdom should sponsor a resolution through the United Nations Security Council to investigate diaspora members undermining peace efforts, and then provide information to the council to expedite further action by the Council. A list of spoilers should be made public and the Security Council should impose targeted sanctions against these individuals.
Fundamental to the success of this strategy is also a focused effort to induce more defections by LRA commanders in order to isolate Kony and erode the LRA’s core capacities. This, in turn, requires an effective disarmament, demobilization, and reintegration strategy and attendant funding. Once backed into a corner by the weight of the ICC indictments and a real threat of apprehension, Kony should be offered a take-it-or-leave-it third country exile option.[6] The idea of Kony having the luxury of exile is repugnant, but given the speed with which he and his forces are infecting the region, the immediate imperative is to remove him from the scene.
By addressing the grievances in the North that gave rise to the LRA in the first place and by directly dealing with Kony with both carrot and stick, the international community could seize the chance to end the LRA menace once and for all.
The Signing Mishap
After repeated delays called for by the LRA delegation to the Juba talks, the LRA and the Uganda government agreed that a final peace deal would be signed by Kony in Ri-Kwangba, a ghost town in southern Sudan near the Congo border on April 10. Within days, tents, latrines, and food had been flown into the remote bush area in preparation for a dignified peace ceremony. More than a hundred members of civil society, journalists, religious, and cultural leaders from the North, the LRA and Ugandan government delegations, and international observers were flown to the site to attend what would have been the momentous end to a 22-year long war. But Kony never showed.
What went wrong?
Kony's lack of seriousness: Since December of last year, communication with Kony has been erratic, primarily because of his self-isolation, the mobility of the LRA, and his general mistrust of the other parties involved in the peace process. Kony refused to speak to key leaders trying to broker peace, including chief mediator and Government of Southern Sudan Vice President Riek Machar and UN envoy Joaquim Chissano. That he was essentially incommunicado made it impossible for mediators to determine the rebel leader's position on a host of issues, the most important of which were his security and livelihood concerns. It also created serious disconnects between the LRA in the bush and its diaspora delegation in Juba, and between the LRA, Machar, and other invested parties. Furthermore, Kony's movement to and establishment of a base in the Central African Republic, the numerous raids and abductions conducted by the LRA in southern Sudan during the negotiations, and his decision to execute his second-in-command Vincent Otti all indicated that Kony was less than serious about peace.
The LRA’s internal divisions: Both the LRA delegation in Juba and main command in the bush are plagued by significant infighting that has undermined the peace process. LRA delegations to the peace talks have been hamstrung by suspicion and corruption. And within the LRA camp in the bush, a division between Kony and Otti loyalists persisted throughout the last round of negotiations and persists today. Meanwhile, recent reports indicate that internal battles in February and April have left several LRA combatants dead, although rumors that one of Kony's key commanders, Okot Odhiambo, was killed in these disputes have proven false.[7] This divide could trigger a large number of defections, particularly in eastern Congo where MONUC is well placed to facilitate an exit strategy for those wanting to leave the bush.
The international community had no stick: Over the last 22 months or so, the LRA has incurred no costs, nor seen any meaningful pressure developed by the international community for repeated delays and significant violations of the cessation of hostilities agreement. Absent any repercussions, the LRA—and Kony specifically—felt little incentive to follow through on its commitments. Kony’s failure to show up at the signing ceremony was only the latest in a long series of breaches by a deadly militia that has terrorized civilians across three countries and spurned the international community without any fear of repercussions.
The mediation—Kony disconnect: The mediation also suffered from a critical flaw because the mediators had no direct channel to Kony. Instead, they relied on third parties and a diaspora delegation that was a step removed from the LRA in the bush. The absence of a direct channel not only meant that the mediators could not access and therefore more effectively persuade, cajole, and pressure Kony, but also that they were at the mercy of second- and third-hand accounts of his positions—accounts that, according to numerous international officials engaged in the talks, were often exaggerated. At the very least, the mediators have brought the talks to their conclusion. Thus the delivery to the LRA of money, medicine, cell phone minutes, and, most critically, time can now come to an end.
From Ugandan Rebel to Regional Warlord
The LRA will continue to terrorize the region until Kony comes out of the bush of his own volition, by force of arrest, or military defeat. With a new and largely impenetrable base in the Central African Republic, Kony and his forces pose an immediate threat to neighboring southern Sudan, northeastern Democratic Republic of Congo, and southeastern Central African Republic. Northern Uganda is the most difficult of Kony’s potential targets; it is far from his current operational base and better defended than other targets in the sub-region. It could, therefore, be spared from any attacks in the short term. However, civilians in neighboring countries are vulnerable, and if the LRA is not neutralized well in advance of the 2009 elections in Sudan, there is a real danger that the Sudanese government will, as it has done in the past, use the LRA as a proxy force to destabilize parts of southern Sudan in the run-up to the polls.
Urgent and Immediate Priorities
Two critical problems must be addressed now to salvage peace efforts in northern Uganda. First, the current peace effort lacks a channel to negotiate directly with Kony on the make-or-break issue of this deal: his security. On the remote chance that he will ever come out of the bush of his own accord, it will be conditioned on a credible guarantee that he will not be killed. Second, the peace process lacks leverage, which only the combination of the ICC indictments, a credible regional military threat, and a diminution of external support to the LRA, can provide.
There are now two main tracks that must be pursued simultaneously to secure peace in Uganda and the region: The first is to consolidate the fragile peace that does exist and enable the people of the North to return home and rebuild their communities, and the second is to address Kony and the regional threat he poses.
Track 1: Assist the people of the North with rebuilding their lives
ACTION ONE: The Ugandan government, backed by international donors, must rapidly begin implementing its reconstruction and development plan for the North.
Kids in Uganda
Given the relatively low risk of renewed LRA attacks in the North, the people there should not be held hostage by Joseph Kony’s refusal to sign a peace agreement. Moreover, the people in the Acholi sub-region of the North need to see evidence of a real commitment from the government of Uganda and international donors to build on the improvements in security that have been achieved in the past year so that they can begin the long process of rebuilding their lives—even before a final peace deal is signed.
Last October, the government of Uganda launched a three-year, $600 million Peace, Reconstruction and Development Plan for the North, but due to funding, bureaucratic, and political obstacles, implementation has yet to begin. Getting development and reconstruction projects started is a critical step toward restoring the confidence of the people in the North and encouraging people to return home.
Immediate needs are immense. Take, for example, the district of Pader. An estimated 189,117 of those displaced—roughly half of the district’s population—have already moved to more than 130 transit sites as an intermediary step, and another 39,196 people have moved home.[8]
These people need clean water, education and health facilities, access to roads, food security, and employment, as well as support for the reconciliation and psychosocial programs. According to a United Nations humanitarian situation report in February, the current pupil-to-classroom ratio is 1-to-80, compared to the national average of 1-to-54. Classes in 63 schools take place under trees due to a lack of classroom facilities.[9] Robust engagement by international donors, including the United States, could help to kick-start the government’s plan.
It is critical that the Ugandan government work to restore its relationship with those living in the North in order to tackle one of the root causes of this longstanding conflict. While the LRA is partially responsible for the displacement of nearly two million people in the North, the Ugandan government holds the majority of blame for herding people into camps, a move they undertook because of their inability to provide sufficient protection to them in their home villages. The government thus bears responsibility to help them return home.
Development and reconstruction efforts must also be accompanied by the pursuit of accountability and promotion of reconciliation. Because no specific mechanism for dealing with Ugandan military atrocities is proposed out in the Final Peace Agreement, these crimes will need to be addressed by other means, whether through traditional truth-telling and/or transitional justice mechanisms, in order for peace to take hold. As stated by Uganda analyst Adam O’Brien, “If meaningful implementation does not begin soon, the PRDP will join the large graveyard of previous initiatives that aimed to help develop and reconstruct the North, and Acholi distrust of Museveni will be reinforced.”[10]
ACTION TWO: Ugandan security forces must provide protection in the North.
While the LRA is unable to mount the number or style of attacks today that it launched in the past, small LRA remnants could still attack Ugandan civilians from across the Sudan border. Thus northern Ugandans have ample reasons to fear returning home and will need to see some measure of government protection in order to return to their home areas with confidence. As well, there is a need to protect returnees from a few small “sleeper cells” of LRA elements in the North and the few combatants that remain in areas not far from the border between southern Sudan and Uganda.
Ugandan security forces—both the army and the police—must deploy in ways that maximize the protection of potentially vulnerable areas in order to provide a deterrent to LRA attacks and a psychological comfort to returning Acholi civilians who have been traumatized by more than two decades of violence. Historically, the Ugandan military has not had clean hands either; as one Acholi leader told ENOUGH: "Our people have two enemies—the LRA and the Ugandan government—and no friends," largely because of abuses committed by the government’s military in the North over the years. Overcoming this prevalent attitude is a huge barrier to lasting peace, and a failure to do so quickly could spawn yet another insurgency.[11]
Track 2: Deal with Kony as a regional threat
The push-and-pull strategy that has been missing from the peace process thus far now must be applied.
The Push: Plan for military action and cut lines of support
ACTION ONE: The international community—regional states, U.N. missions, and key donors—must prepare to implement a regional military strategy.
It is time to send the signal that if Kony will not come in from the cold, then the international community will come after him. Drawing on their combined influence and distinct capabilities, the peacekeeping missions in the region[12] and the governments of Uganda, southern Sudan, the Democratic Republic of Congo, Central African Republic, the United Kingdom, France, and the United States, as well as other interested countries, should commence planning for operations to contain and ultimately apprehend Kony and other LRA leaders indicted by the ICC.[13]
This is not only a matter of international justice and the rule of law; if Kony and his LRA remnants are allowed to roam free, they can and will destabilize the region and rebuild their forces. All of the regional stakeholders, and their international partners, should collectively craft and be prepared to implement a military strategy to apprehend Kony and disband the rest of the LRA. This should be done under the auspices of the African Union or the Great Lakes contact group, but it will need the backing of strong international players with leverage and influence over the key regional actors.
Some rightly fear the serious risks that go hand-in-hand with military action. But the LRA cannot be allowed to burrow into the vacuum of southeastern CAR, where there is little government presence, even less international support, and thus few actors able to stop the LRA from resurrecting their supply lines to Khartoum. The potential cost of allowing the LRA to build its forces in the region unchecked would be disastrous for civilians in Uganda and its neighbors. The LRA push into the Central African Republic could also potentially pull French forces—based in Central African Republic and supporting its fragile government—and European Union peacekeepers into direct confrontation with the LRA. These concerns highlight the importance of both constructing a well-coordinated and well-planned regional military plan.
The United States, United Kingdom, and France should work quietly with African countries in the region to develop a special forces capability focused on apprehending the remaining ICC suspects, starting with Joseph Kony. This could either be embedded in existing UN missions in the region or parallel to it. The three peacekeeping missions in the LRA’s orbit—MONUC in the Democratic Republic of Congo, UNMIS in southern Sudan, and EUFOR [14] in the Central African Republic—should create a joint-intelligence cell now that can report to the group of actors that are planning. Other countries with strong intelligence capabilities should also be involved to coordinate communication and the formation of strategies.[15]
ACTION TWO: The international community must sever support to the LRA by a small number of individuals in the Ugandan Diaspora.
LRA supporters in the diaspora who are bitterly opposed to this process will do everything they can to ensure there is no deal. These individuals are few in number but staunchly opposed to the Museveni regime— largely due to over two decades of marginalization of the North—and eager to see a continuation of this war. They are thus likely to support LRA fragments or, in the unlikely event that Kony accepts a deal that does not satisfy either their political demands, a new rebel group.
The United States, the United Kingdom, and other government with intelligence capabilities in the region should work to name, shame, and sanction those diaspora members who are providing support to the LRA. All efforts should be made to try to move these sanctions through the U.N. Security Council as well. A U.N. panel of experts should also be appointed to investigate LRA sources of supply. At the very least, this will put Kony, Khartoum, and diaspora spoilers on notice.
ACTION THREE: Working in conjunction with their respective host country governments, international peacekeepers in the Democratic Republic of Congo, southern Sudan, and Central African Republic—MONUC, UNMIS, and EUFOR respectively—must deploy forces to the areas where the LRA is likely to attack.
While Uganda is experiencing relative peace, civilians throughout the broader region are at risk and have increasingly fallen victim to LRA attacks. In southeastern Central African Republic, people have already asked the government to arm them, but the government has refused.[16] Civilians in eastern Democratic Republic of Congo are also extremely vulnerable. As one international official said to ENOUGH, “If the people resist, as they did in Uganda, you can be sure the LRA will massacre them just as they did in Uganda.”[17] And if increasing numbers of civilians resist, the numbers of casualties will grow. It is thus critical that efforts are made now to ensure the protection of civilians from this emerging and increasingly dangerous regional threat.
The Pull: Force Kony to make a choice
ACTION: Backed by the dual leverage of a military planning process and continuing investigations by the ICC, the United States and other key actors should quietly construct a channel to Kony that creates an exile option for him and the other indictees to an ICC non-signatory country.
Kony has been able to gain time, money, and medicine out of these peace efforts without making any real commitments. Now he must be forced to make a choice by a certain deadline—determined by the government of Uganda and backed by the international community—so this deliberation process does not last indefinitely. This strategy requires an effective communication channel to be made between the government, the international community, and Kony himself, with a credible proposal that deals with Kony’s personal security and livelihood concerns.
A concerted effort must be made by the Ugandan government and key international players to press Kony to make a choice about his future. Kony has three choices.
First, he can sign the peace deal and begin assembling his LRA forces in Ri-Kwangba.
Second, he can agree to a third-country asylum arrangement representing exile or banishment from northern Uganda as a consequence for his crimes, thus removing himself from the battlefield and giving peace a real chance.
Third, he can walk away from the agreement and formalize his status as a regional warlord, which will almost certainly trigger a manhunt that could leave him on the run for the rest of his life.
The Ugandan government has voiced an interest in working with religious and cultural leaders to create a direct channel of communication with the rebel leader. Based on the failed peace signing attempt, it has become clear that the "if we build it, he will come" model will not work.
Conclusion
To bring an end to the LRA threat in northern Uganda and the surrounding region, the peace strategy must shift from one that relies solely on negotiations to one that develops leverage through military planning, presses Kony to make a choice about his future, and pushes forward a development and security strategy for northern Ugandans to return voluntarily, even in the absence of a peace deal. Otherwise, absent a concerted effort to address the regional threat that Kony now poses, no civilian within a four-country radius can rest assured that they will not fall victim to the next LRA attack.
Paul Harera Sebikali conducted research for this report.
Endnotes
[1] There were haunting similarities between the last phase of the Juba peace process and the international effort to broker peace in Darfur, the latest iteration of which was an elaborate meeting prepared in Libya which numerous external governments and institutions attended but the rebels boycotted. Both are examples of diplomatic strategies that misdiagnose rebel intentions and fail to develop significant leverage.
[2] The report was withheld “in the interest of peace” during what was supposed to be the final legs of the Juba peace process. The decision to keep this report quiet added to the public delusion that Kony was meaningfully engaging in negotiations.
[3] Numerous insiders have stated that Kony has no interest in this process. And they argue that his main reason for agreeing to a meeting on May 10 is to get more money and airtime. It is critical that the mediators do not fall into this trap.
[4] The U.S. government, and in particular senior advisor on conflict Tim Shortley, has been calling for the de-linking of the Juba peace process from returns and redevelopment in the North. Other international donors should join the call to press the Ugandan government to deliver on these promises now.
[5] Two of the five original International Criminal Court indictees are now dead, so only three, including Kony, remain.
[6] The ICC’s indictments provide essential leverage while not preventing the signing of a peace deal. There are legitimate ways to deal with the warrants short of formal prosecution in The Hague if the LRA chooses—and the LRA is aware of these options. But instead it has chosen to stall and quibble rather than move forward.
[7] ENOUGH interviews, Kampala and Washington D.C., April 2008.
[8] Inter Agency Standing Committee Update on IDP movement, April 2008. Note that the statistics provided in this update refer to total movements as of February, not April.
[9] U.N. Office for the Coordination of Humanitarian Affairs, Uganda humanitarian situation report, February 1-29, 2008.
[10] Email correspondence, Adam O’Brien, May 1, 2008.
[11] Kony’s LRA emerged in 1989, in the immediate aftermath of another northern-based insurgency, led by Alice Auma “Lakwena,” in 1986 and 1987.
[12] There are three main peacekeeping operations in the region: MONUC in Congo, UNMIS in South Sudan, and EUFOR in the Central African Republic (and Chad). While these three missions have a mutual problem in the LRA, little has been done to coordinate efforts on intelligence sharing or strategizing to deal with the threat from a regional perspective.
[13] There are positive developments in the U.S.-sponsored Tripartite Plus Commission—a regular meeting of senior officials in the Great Lakes region to discuss mutual security concerns—but this group does not include Sudan or the Central African Republic. The United States is now backing cooperation between the Great Lakes pact, which includes the relevant states, but this grouping is relatively new and needs to be strengthened. Such cooperation would not only help in dealing with the LRA but also with other threats in the region.
[14] EUFOR is part of a multi-dimensional operation that includes the UN mission in Central African Republic and Chad (MINURCAT).
[15] The LRA is now affecting four states with seven authorized military forces operating in those territories. The LRA move with ease between three of those countries (less so in Uganda), so building cooperation on information sharing and strategies is critical.
[16] ENOUGH interview, international official, April 2008.
[17] Email correspondence with ENOUGH, April 2008