Gulu - Uganda, 30 marzo 2008
MENTRE A GULU VA IN SCENA LO SPETTACOLO "TANA LIBERA TUTTI"
DA JUBA GIUNGONO NOTIZIE POSITIVE SUI COLLOQUI DI PACEA distanza di venti mesi dall'inizio dei colloqui di pace tra il governo ugandese ed i ribelli dell'LRA (Lord Resistance Army) è stato siglato lo scorso mercoledì a Juba, in Sud Sudan, l'ultimo accordo tra le parti. Ora si attende solo la firma della pace finale a cui si potrebbe arrivare già il prossimo cinque aprile. Dopo più di vent'anni di guerra e di atrocità commesse dal gruppo ribelle capeggiato da Joseph Kony a danno della sua stessa gente, gli Acholi, questi colloqui sono un'occasione che tutto il nord Uganda vede come l'unica soluzione possibile per ristabilire una solida pace nel Paese.
Il testo sottoscritto mercoledì è incentrato sul monitoraggio e sullo sviluppo e segue i numerosi accordi ad oggi sottoscritti che dal Luglio 2006 l'LRA ed il governo ugandese hanno firmato in merito alla fine delle ostilità, per adottare soluzioni onnicomprensive, per attribuire responsabilità, per un processo di riconciliazione, per un cessate il fuoco permanente, per il disarmo, per la smobilitazione e la reintegrazione.
Il ruolo di mediatore è stato giocato dal presidente sud sudanese Salva Kiir che si dichiara soddisfatto dei risultati ottenuti. Anche Livingston Okello-Okello, il rappresentante del gruppo parlamentare degli Acholi a Juba ha dichiarato: “Questa è un ottima notizia per il nostro popolo che ha sofferto per più di vent'anni. Speriamo che la firma dell'accordo possa essere l'inizio di un nuovo capitolo per il popolo del nord Uganda e per tutta la nazione”.
I colloqui sono stati caratterizzati dalle due diverse posizioni in merito a chi avrebbe dovuto giudicare Kony; da una parte la Corte Criminale Internazionale che ha accusato il leader ribelle di crimini di guerra e di violazione dei diritti umani e dall'altra quanti in Uganda spingono a favore della riconciliazione passando per il giudizio tradizionale (Mato Oput). La soluzione è giunta dalla Corte Criminale Internazionale che da parte sua ha dichiarato che, se una corte ugandese può competentemente provare i sospetti, potrebbe trasferire il mandato di cattura direttamente in Uganda. Un altro problema sulla strada della pace finale potrebbe giungere dalle dichiarazioni di Kony che, agli anziani Acholi riuniti a Juba a dichiarato che vuole firmare l'accordo ma mantenere il suo esercito; ha riferito inoltre che dopo la firma degli accordi rimarrà nel suo nascondiglio a Ri-Kwangba, un villaggio in Sud Sudan. E' stato rivelato infatti che Kony non lascerà il suo nascondiglio a meno che non si arrivi alla firma di una pace storica con il presidente ugandese Museveni. Se così non fosse Kony firmerà il documento dalla sua base a 100 km da Juba, come detto dal rappresentante dell'LRA David Nyekotach Matsanga.
Fonti certe danno però il leader ribelle presente nella giungla della Repubblica Centro Africana ed a stretto contatto con un signore della guerra ciadiano, Mahamat Nouri, dopo che nelle settimane scorse parte del suo esercito era uscita dalla Repubblica Democratica del Congo dopo aver abbandonato il sud Sudan.
I dubbi, nella mente del popolo Acholi, sulla conclusione dei colloqui e sulla definitiva fine della guerra sono ancora presenti; se da una parte si guarda al giudizio tradizionale come ad una reale riappacificazione, dall'altra la paura di un ritorno di Kony terrorizza un milione di persone che vivono ancora nei campi profughi. La situazione di reinsediamento non è facilitata nemmeno da parte del governo ugandese che più volte ha promesso un sussidio per il ritorno alle terre d'origine senza mantenere quanto detto e senza attuare il piano di reinsediamento.
La popolazione nord-ugandese, se pur con difficoltà, sta comunque, di propria iniziativa, uscendo dai campi cercando di ritrovare la propria terra, ricostruire la propria casa, ridare una speranza ai propri figli che per tutta la vita non hanno visto altro che il campo profughi.
Se il cinque aprile verrà siglato l'accordo finale il nord Uganda finalmente potrà tirare un sospiro di sollievo e il mondo forse aprirà gli occhi sulla tragedia del popolo Acholi e sull'importanza di quello che sarà chiamato il processo di pace di Juba.
Michele Trotter