CRONACHE AFRICANE n°2
di Eleonora Grandi
6 Settembre 2008
Si profila un weekend lungo qui ad Atapara, nel distretto di Oyam: lunedì scorso, all’età di 82 anni, è scomparso Wako Muloki, il Kyabazinga (il re) dei Busoga, il gruppo etnico che popola la zona di Jinja, cittadina situata alle sorgenti del fiume Nilo nel sud del Paese. Il presidente Museveni ha indetto i funerali di Stato. Le celebrazioni si terranno lunedì nella capitale del regno dei Busoga, Jinja per l’appunto. Lunedì l’ufficio resta chiuso, tutti i dipendenti a casa, anche se la scomparsa del Kyabazinga, emotivamente, non tocca per nulla questa gente di etnia Langi. Di un possibile giorno di vacanza si era già sparsa la voce, la notizia del lutto nazionale era comparsa due giorni fa in un trafiletto sulla prima pagina del Daily Monitor. Nell’ufficio abbiamo appeso un avviso di conferma per lo staff: tra il logo di COOPI e quello dell’Unione europea, annunciamo la scomparsa del re dei Busoga. Buffo. E così ieri pomeriggio alle quattro si respirava un’aria da inizio delle vacanze scolastiche, con tutti i nostri social workers in subbuglio per organizzare la partenza, chi per Kampala, chi per Lira. Atapara non offre molte distrazioni. Il tempo qui lo si occupa lavorando, e il personale della ONG nella stragrande maggioranza ha famiglia in altre città, in altri distretti. Sono migranti del lavoro questi ragazzi. Lunedì gli uffici pubblici e le ONG rimarranno chiusi perché della morte del Kyabazinga sono stati informati dai giornali. Ma la brulicante economia dei villaggi, asse portante di questa realtà, esclusa dalla stampa e dalla città, annegata in un sotterraneo di sopravvivenza e consuetudine, rimarrà lontana da questo giorno di festa, lontana dalla morte di un re le cui gesta e la cui fama non verranno mai ricordate.
Stamattina mi sono svegliata e sono uscita per fare due passi. L’aria delle otto era terribilmente umida, in alcuni punti la strada di terra battuta si era trasformata in una palude. Era piovuto tutta notte: gli acquazzoni rombavano in cielo per poi placarsi in pioggerellina leggere che batteva e ribatteva sul soffitto di lamiera. Aveva cominciato ieri sera alle 11, in casa per il rumore della pioggia non riuscivamo nemmeno a parlarci. Ho percorso il solito tragitto, avanti e indietro fino alla strada principale. Ho detto “buon giorno” a una cinquantina di persone incontrate sulla via, la maggior parte uomini e donne in cammino verso i campi, e mi sono fermata a salutare Sara, staff del progetto, che in piedi davanti a casa con lo spazzolino in una mano, la tazza con l’acqua nell’altra e la bocca tutta spumosa di dentifricio, mi ha invitato ad avvicinarmi per fare la conoscenza dei suoi due bambini, un maschio e una femmina. Sara è una certezza: tutte le volte che si passa per di lì fuori dall’orario di servizio, si può stare ceri di avvistare di vedetta le sue forme morbide sulla veranda di casa.
Sulla strada del ritorno, all’altezza del punto più acquitrinoso, ho incrociato una donna che proveniva in direzione opposta. In testa trasportava orizzontalmente la zappa. La donna, scalza, ha schivato senza problemi le pozzanghere e ha proseguito il cammino. Quando è arrivato il mio momento, mi sono fermata un istante per capire dove sarebbe stato meglio mettere i piedi per evitare di scivolare nella fanghiglia rossa. Un po’ di confidenza con la configurazione geologica del terreno dopo la burrasca l’ho acquisita anch’io, e la mia scelta ha avuto successo. Ho saltato e sono rimasta in piedi. Poi mi sono voltata indietro sapendo quello che avrei trovato con lo sguardo, e infatti la donna era ancora lì, ferma assieme alla sua zappa, intenta a osservarmi. Aveva aspettato che io attraversassi il punto critico prima di riprendere per i campi. Aveva aspettato di vedere se da bianca inesperta sarei stramazzata al suolo o se invece superavo la prova. Mi ha sorriso divertita, ma anche con premura. Io ho ricambiato il sorriso e ho sollevato le mani come per dirle “ce l’ho fatta”.
Giovedì pomeriggio, invece, ho seguito i social workers nell’ennesimo villaggio sperduto nella parte nord del distretto, per l’incontro introduttivo con i leaders della comunità (sindaci, capi clan, catechisti,…) che anticipa e prepara la sensibilizzazione vera e propria sulla violenza di genere della prossima settimana. Come sempre, su settanta partecipanti, tre quarti abbondanti erano uomini, che dalle domande e dalle osservazioni portate hanno chiaramente lasciato intendere che il fatto che la donna sia sottomessa all’uomo non è poi una situazione così terribile. Anzi. Un capo clan di mezza età ha espresso preoccupazione per questi programmi che vogliono emancipare la donna, il cui risultato finale è quello di cerare disordine nella società, di confondere uno stato delle cose funzionante e funzionale: “voi insegnate i diritti delle donne, ma poi cosa succede? Che le donne rimangono troppo al mercato e i nostri giovani uomini non trovano più mogli da sposare”. Un altro è intervenuto sulle cause della violenza di genere dicendo che una delle ragioni possibili della violenza è quando la moglie non lava i panni o non soddisfa sessualmente il marito. Un altro, invece, ha difeso pratiche tradizionali ancora largamente diffuse in questi villaggi, come quella che vuole la donna che ripetutamente abortisce o perde i neonati esporsi nuda alla comunità intera e ai suoi insulti, alla pubblica ignominia perché ritenuta responsabile di tale sventura. Vedremo martedì se questi uomini avranno deciso di aiutarci a mobilitare la loro gente o se ci avranno fatto opposizione. E in tutto questo circo io, seduta sul panchetto di legno fra i social workers, prima bianca in assoluto ad avere varcato i confini del villaggio di Awio, esploratrice senza cappello ma avvolta dall’aureola benedetta dello sviluppo, del progresso e del cambiamento per il bene comune. Fa un effetto considerevole essere “la prima”, carica di una responsabilità che, dati i precedenti storici e i miei dubbi su quello che il progetto sta facendo (che io sto facendo), avrei forse preferito non avere.
Però ieri sera ho capito che quello per cui stiamo lavorando, almeno in una sua parte, un senso ce l’ha davvero. Che il progetto può offrire davvero assistenza a questa gente e servizi che il governo ugandese non ha le risorse e le capacità di garantire. Erano circa le quattro quando da uno dei nostri counselling centres arriva la telefonata di un social worker che si trova davanti il caso di una bambina di due anni e mezzo stuprata da un ragazzino di sedici. È stata la madre di quest’ultimo a denunciare l’accaduto. Il social worker aveva assistito la bambina e il padre che l’accompagnava, aveva fornito sostegno psicologico e, come vuole il protocollo, doveva portare la bambina da un medico. Entro 72 ore dalla violenza carnale la vittima deve essere visitata da un medico che le possa somministrare la profilassi contro le malattie sessualmente trasmettibili, un contraccettivo d’emergenza e compilare il modulo rilasciato dalla polizia con cui la vittima può eventualmente denunciare il caso e ricorrere in tribunale. In ospedale mancava l’unico medico: essendo da solo si deve dividere fra la cura dei pazienti e l’amministrazione della struttura sanitaria e quel giorno, infatti, doveva seguire una riunione al distretto. Ci si trovava con le mani legate, impotenti di fronte a un sistema sanitario che, come un colabrodo, tracima mancanza di fondi e di risorse umane, etica professionale e competenza, e che l’unica cosa che sa produrre è un’inutile ed elefantiaca burocrazia dalle regole inconsistenti, bandite dai potenti di turno, sceriffi dal ventre grasso. Del fatto che si stesse forse decidendo il futuro di una persona di due anni e mezzo a nessuno sembrava importare molto. Dal nostro ufficio abbiamo telefonato a Emanuela, una dottoressa italiana che lavora al progetto, momentaneamente a Kampala. In qualche modo è riuscita a contattare un tecnico di laboratorio che poteva visitare la piccolina e prescriverle i farmaci. Sembrava che tutto fosse finto se non fosse stato che la farmacia dell’ospedale a quell’ora era chiusa. Altro ostacolo. Ci siamo informate se la farmacia dell’ospedale qui all’Aber Hospital fosse aperta e siamo state fortunate. Abbiamo mandato un autista a prendere la bimba e il padre così che potessero ricevere le medicine. Dopo un po’ sono arrivati, una bambina bellissima, che continuava a nascondere la testa dentro al vestitino sudicio, forse per timidezza, forse perché non voleva più vedere. E il padre, un povero derelitto apparentemente molto distaccato, gli occhi persi nel vuoto, pochi gesti di protezione nei confronti della figlia: capire che cosa passa nella testa di questa gente in tali circostanze non riesco ancora a farlo. Anche se poi lo abbiamo visto concitato mentre raccontava all’altro autista, che li avrebbe portati indietro, che cosa era accaduto. Secondo la ginecologa tedesca che lavora al progetto non era da escludere che non fosse la prima volta che la bimba subiva violenza. Senza parole. Ci siamo preoccupati che il padre fosse sicuro di come somministrare i farmaci alla bimba e poi li abbiamo salutati mentre in macchina tornavano al villaggio avvolti nella notte. L’unica cosa che possiamo fare adesso è assicurarci che i nostri social workers continuino a monitorare il caso nei prossimi giorni. Poi siamo andate a casa anche noi, con la testa piena di domande, di dubbi, di paure. Succede ad Atapara, Uganda del Nord.
mercoledì 10 dicembre 2008
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