mercoledì 17 dicembre 2008

CRONACHE AFRICANE n°3
di Eleonora Grandi


Gulu, 27 Settembre 2008
 
Per il secondo weekend consecutivo trascorso a Gulu sono stata alla ricerca di qualcuno che probabilmente nemmeno esiste ma che io stessa contribuirò con queste parole e con le altre che verranno a costruire. Identità fugaci, ma non per questo indefinite. Qui come altrove, a Gulu come a casa. Giornate spese per dare la caccia ai “giovani” di Gulu, per una ricerca extra, condotta al di fuori del mio distretto di Oyam, al di fuori del progetto contro la violenza sessuale e di genere di cui mi sto occupando. I giovani li ho trovati, nelle storie particolari e preziose delle persone che ho incontrato in questi giorni. Ognuno mi ha raccontato un pezzo di storia, la sua, che nel momento stesso in cui prendevo per vera, veniva smentita da quella che l’avrebbe seguita, senza per questo farle perdere il suo valore e la sua verità. Tutte queste storie fanno la storia.
Gli occhi di questi ragazzi non arrivano a vedere lontano. Hanno visto troppo e ne sono rimasti accecati. Sono sguardi statici, che come quelli di tutti i ragazzi si rivolgono automaticamente all’altrove, al lontano, quando chiedi loro di pensare al futuro, ma che non si riescono a spingere più oltre dell’ultima capanna a cui l’occhio può arrivare. Sono sguardi che hanno perso la forza di cercare, sono sguardi stanchi, che si appoggiano al tuo di sguardo e chiedono di essere da esso accompagnati da qualche parte. Qualunque direzione va comunque bene, basta che si cammini, perché da soli la cecità a cui sono stati costretti impedisce il movimento.
Oggi pomeriggio le cinque ragazze con le quali ho parlato facevano della musica, della danza e del teatro la loro unica ragione di vita. Alla domanda “qual è per te la cosa più importante?”, nessuna di loro ha avuto dubbi: il teatro. Cinque su cinque. Se fossi venuta rappresentando un altro progetto, per dire, di attività sportive, sarebbero probabilmente volute tutte diventare delle grandi atlete. Ma stavo lavorando ad altro, alle attività culturali per l’appunto, e allora oggi pomeriggio ho incontrato solo delle attrici. Nel loro villaggio - un posto incantato, appena fuori Gulu, con una vegetazione lussureggiante che brillava sotto il sole del pomeriggio, e nelle foglie ti ci potevi quasi specchiare - io ho portato un’alternativa, una possibilità, che è quello che manca a questi giovani. Ho portato uno spiraglio di cambiamento, ma in un contesto del genere, in cui non c’è possibilità di scelta per il proprio futuro perché non c’è nulla che si possa scegliere, il solo fatto di essere lì si è trasformato indirettamente in un’imposizione di scelta.
All’età di sedici, diciassette anni queste ragazze sono già arrivate. La strada che hanno di fronte è stata sbarrata. Di nuovo, sono state accecate. Dalla guerra che le ha costrette nei campi profughi per più di dieci anni, che ha portato via uno o entrambi i genitori rapiti e uccisi per mano dai ribelli nella foresta, dalla miseria che ha tolto loro il cibo, l’acqua, i vestiti e poi l’istruzione. Oggi vivono a Gulu, fuori dai campi profughi, ma la vita è difficile lo stesso, se non di più. Anche se non si deve più fuggire nel corso della notte nel fitto della foresta per ripararsi dall’attacco dei ribelli, anche se non si vive più in un luogo congestionato e insalubre come sono i campi, il villaggio, così bello, così apparentemente tranquillo, è una trappola leopardiana. Queste ragazze, che non sono mai uscite dal distretto di Gulu, che quando la possiedono è solo la radio a tenerle in contatto con quanto succede nel mondo, non si sentono sicure, neanche un po’. Senza lavoro, senza cibo se non quello che coltivano nel piccolo appezzamento che forse possiedono, senza un diploma, hanno di fronte solo tanta incertezza. Lo spazio in cui ora potrebbero muoversi ha esteso i propri confini geografici, ma in realtà il loro orizzonte esistenziale rimane chiuso entro l’area del vicinato o poco più oltre. Incamminarsi troppo lontano costituisce ancora un pericolo. Ci sono le bombe inesplose dei soldati, sotterrate nei villaggi. Ci sono gli uomini, che come lupi mannari sono pronti ad adescarle appena cala la notte. E poi c’è ancora la guerra, la guerra che le ha viste nascere e che le sta ancora facendo crescere. Sono due anni che “i grandi uomini”, come qui ci si riferisce a tutte le persone etichettate da cariche e titoli prestigiosi, se ne stanno a Juba, in Sud Sudan, a discutere di pace. Quel tavolo delle trattative continua a rimanere apparecchiato, nessuno sembra volersi alzare. Comodamente seduti, quei big men agli occhi di questi giovani hanno perso di qualsiasi credibilità, ma l’esistenza di questi ragazzi è terribilmente influenzata da questi processi lontani. L’incertezza che genera una guerra che non si chiude si incarna in queste vite fragili e sottili, che quando ti si aprono lo fanno con un filo di voce appena. Sono nati sotto il segno della guerra e in guerra questi ragazzi lo sono ancora, anche se il governo ugandese ogni giorno sforna un nuovo documento che parla di pace e di ricostruzione, anche se i fondi dell’intervento umanitario non seguono più il canale dell’emergenza, ma quello dello sviluppo. Per certi versi sono vere le parole di un ragazzo, incontrato la scorsa domenica, secondo cui i giovani di Gulu sono molto ben informati su tutto ciò che riguarda il processo di pace, “anche un bambino piccolo ti sa dire che cos’è successo recentemente”. Fintanto che queste esistenze risentiranno così tanto di questa condizione di incertezza, fintanto che le loro identità saranno manipolate dall’esterno, le parole di quel ragazzo si potranno dire reali. E la guerra, soprattutto, non si potrà dire finita.
Per un ragazzo, un maschio, è più facile reagire. In un contesto culturale estremamente sfavorevole per le donne, i ragazzi hanno maggiore libertà di movimento e di sperimentazione di tattiche di vita possibili. Ieri pomeriggio, ad esempio, ho scoperto che un ragazzetto conosciuto la settimana scorsa che a detta di lui era tra i più miseri dei disgraziati, ha in realtà un saloon, come qui vengono chiamati i barbieri. Niente di impegnativo: una piccola struttura di mattoni, sei metri per quattro come ce ne sono tante, ma con la TV all’interno. Un piccolo business avviato, un’alternativa, che spiega i gemelli brillanti alla camicia, il telefonino e l’auricolare appeso all’orecchio per tutta la giornata. Nel panorama di Gulu questo è tanto. In un paese in cui almeno due generazioni sono andate “perdute” questo è un piccolo successo. Lo scorso lunedì, la Community Development Manger del Local Council di Gulu (per intenderci, una specie di Assessore alle Politiche sociali) ha definito in questi termini i giovani, “generazioni perdute”. Senza aspettative, senza sogni e senza possibilità. Tanti nel numero, ma senza un tessuto sociale che li sappia raccogliere e far crescere. Frammentati fin dall’inizio, tirati su da una struttura familiare incerta, ricca di persone ma spesso povera di legami, che riproducono a loro volta, diventando prematuramente genitori senza nemmeno saperti spiegare il perché. O forse un figlio è l’unico segno della propria presenza del mondo che si possa lasciare. I figli “si fanno”, appunto. Qualcosa rimane, la propria persona non è più trasparente, non si è più annullati del tutto dal corso degli eventi, qualcuno, almeno, parlerà di te un giorno.
Qualcuno che all’arte ci crede davvero comunque esiste, appunto per ribadire che ogni storia non è mai “la” storia. Oggi una ragazza mi ha detto che il suo impegno nel villaggio per scrivere piccole commedie è volto a educare la gente (gli sketch che compone hanno per tema l’AIDS, l’abuso di alcool, i diritti dei bambini) ma anche a non perdere la propria identità che nell’arte trova espressione e significato. “Se sono nata Acholi, una ragione ci deve pur essere. Non deve essere solo per caso e io devo coltivare quello che sono”. Non è solo la guerra a costruire questi giovani, c’è anche la cultura. Non è solo il presente immobile a “fare” i giovani, ma c’è ancora tutta la ricchezza di un passato fiero di se stesso che gli anziani vogliono ancora trasmettere alle nuove generazioni per cercare di non smarrirle del tutto. Un passato che rischiara un po’ il futuro e sempre oggi, sempre a Gulu, ho assistito alle danze tradizionali più belle che mi sia mai capitato di vedere qui. Ma la cosa ancora più importante era osservare i bambini che alle danze non hanno preso parte ma che hanno ballato per tutto il tempo, al di fuori dello spazio scenico, cantando, seguendo il ritmo con i piedini, battendo le mani su tamburi invisibili. Piccolette di due o tre anni che già sperimentavano un intereresse, che già costruivano se stesse. Piccolette che si spera, un giorno, potranno riuscire a vedere più lontano di quanto è stato permesso alle loro giovani, troppo giovani, mamme.
Succede a Gulu, Uganda del Nord.
 

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