CRONACHE AFRICANE n°4
di Eleonora Grandi
Aber Hospital, 19 Ottobre 2008
Ho imparato a conoscere l’ospedale di Aber in queste due ultime settimane. Tre bambine mi hanno forzata a rompere l’indugio e a entrare nei suoi reparti. Chirurgia per una, maternità per le altre due. Finora ero sempre riuscita a tenermi alla larga dagli ospedali, nonostante la malattia cronica dell’Africa, nonostante i tanti progetti che agiscono sul corpo dell’africano, e i tanti medici mandati qui, i tanti farmaci distribuiti, le tante cliniche riabilitate. La malattia l’ho conosciuta, e anche bene, ma la sono andata a visitare a casa come un paziente curato di campagna. In questi giorni, invece, le piccole grandi storie che incontriamo nel nostro lavoro quotidiano mi hanno fatto indossare il camice bianco. “Good morning doctor!”, perchè a un bianco in Africa un “doctor” non lo si nega mai. “Good morning to you! But I’m not a doctor…”. Comunque. Ho conosciuto la prima delle “mie” tre piccole pazienti due lunedì fa. Tornavo a casa con i social workers dopo una giornata trascorsa ad Anyeke, il capoluogo del distretto di Oyam, in cui si era tenuto un corso di formazione sulla violenza di genere rivolto alle autorità locali. Mentre ero in macchina ricevo la telefonata di una delle dottoresse dell’ospedale, che mi chiede se mentre ero in strada potevo passare per la piccola clinica di Aber poco distante da qui. Avevano un caso che non potevano gestire con le pochissime risorse a disposizione, adeguate a situazioni semplici, comuni, ma non alle emergenze. Allunghiamo di qualche chilometro, sentieri sterrati, pozzanghere e qualche ciclista, e arriviamo ad Aber ormai sotto sera: nel vasto prato isolato che accoglie il cuore politico-amministrativo della sub-county (sottounità del distretto), chiusi erano ormai gli uffici del “comune”, chiusa la piccola corte di giustizia, chiuso il nostro counselling centre. Scendo dalla macchina, quasi temendo che non ci fosse più nessuno nemmeno lì, e mi avvicino all’health centre. In lontananza una sagoma mi si avvicina, mentre abbandonate sui gradini della piccola struttura sanitaria trovo due donne, gli occhi stanchi e sgranati a osservarmi speranzose, senza parole. La più giovane, avvolta in una stoffa di un viola brillante, aveva fermato la mano infilata nel sacchetto di plastica che conteneva pochi pezzi di cassava arrostita, un tubero dal sapore di patata qui molto diffuso che l’altra sua accompagnatrice, sulla sessantina, doveva averle appena portato per cena. Come mi ha spiegato l’infermiera che nel frattempo ci aveva raggiunte, le due donne erano arrivate in mattinata, dopo aver percorso a piedi una ventina di chilometri. La ragazza, trascinandosi sul bastone che qui è un oggetto destinato ad accogliere solo il peso dei vecchi, conferendo loro sostegno e autorevolezza assieme; una settimana prima si era ustionata dopo che la sorella incidentalmente le aveva rovesciato addosso una pentola d’acqua bollente. Sorpresa dal dolore nel sonno, dentro la piccola capanna mentre dormiva vicino al fuoco, perché sotto i tetti di paglia lo spazio è spesso talmente poco che un solo ambiente li contiene tutti e la camera da letto è anche cucina. Una settimana a casa, senza fare nulla, finché quella mattina avevano deciso che era venuto tempo di mettersi in cammino ed erano arrivate fino ad Aber. La nonna, la nipote e il bastone. Le ho caricate in macchina, la ragazzina investita dal dolore ad ogni passo. Arrivata all’ospedale, seguendo le indicazioni della dottoressa, ho fatto fermare la macchina davanti alla chirurgia e sono scesa, facendo così cominciare una ricerca ansiosa e insicura, durata cinque frenetici minuti, di qualcuno che mi dicesse che cosa dovessi fare, mentre mi muovevo disorientata nella luce al neon dell’ospedale tra corpi ammassati in terra, odore di medicinale, fumo e sudore. Il cuore in gola, nervosa per la giornata appena trascorsa, problemi vari e la mia mancanza di difesa dentro a quell’ambiente. Poi ho trovato qualcuno, mentre ero stata fermata da un bambino in sedia a rotelle che in un inglese sorprendentemente buono, mi avrebbe mostrato volentieri la ferita che aveva sulla gamba se non lo avessi fermato in tempo. Perché in fondo, ero bianca. Bianca come il camice del dottore. Bianca come il potere che guarisce. Bianca come la magia buona. L’infermiere che è arrivato invece era nero, mi ha presa e mi ha portata in ambulatorio assieme alla nonna e alla paziente che intanto mi chiedeva come avrebbe fatto con il cibo nei giorni futuri. E mentre trasmettevo al nero camice bianco i pochi dettagli che sapevo di quella storia, il tessuto viola è calato in terra come un sipario, aperto da un’altra infermiera ancora, scoprendo così le ferite aperte, maleodoranti, ormai putrescenti schizzate su tutto il corpo della bambina dal bacino in giù. In scena quella sera il corpo dell’Africa. La malattia, il dolore. L’intervento che ripara, che risolve, con una dose massiccia di antibiotici. Ma che non cura la fragilità di queste esistenze, che non le ripara da quell’impressione che ho, sempre più forte, sempre più nitida, di trovarmi di fronte ogni giorno a esseri sospesi nello spazio vuoto. Esistenze buttate nel mondo per caso, vite di cui ti domandi: ma dov’è il senso? Ho lanciato un ultimo sguardo alla ragazzina che mi ha sorriso, divertita. Ho troncato la frase con l’infermiere e sono scappata fuori, in lacrime. Più tardi sia mio padre che una delle dottoresse del progetto, alle mie lacrime hanno dato la stessa risposta: “Tranquilla, la ragazzina è viva”. Sì, viva. Biologicamente viva. Ma poi?
E poi il sabato è arrivata Agnes, e Agnes è ancora qui almeno fino a domani quando forse si deciderà quale dovrà essere il suo futuro prossimo. Anagraficamente i suoi anni sono quindici, ma un trauma sviluppato in seguito a qualcosa di brutto gliene concede solo cinque. Agnes è bellissima, come il disegno che l’altro giorno ha fatto sulla mia scrivania quando mi è venuta a trovare in ufficio, con la capanna e i bambini attorno. Agnes è stata violentata da uno sconosciuto, perché abusare di lei è semplice, troppo, e chissà in quanti lo hanno già fatto a cominciare dal fratello maggiore con il quale vive, dopo che entrambi i genitori sono stati uccisi dai ribelli dell’LRA. Da due settimane stiamo tenendo Agnes in ospedale, nel reparto maternità, dove è diventata un po’ la mascotte delle mamme in attesa. Le suore le preparano i pasti, i social workers le hanno regalato due camicette e un paio di scarpe con un po’ di tacco. È per lei il posto più sicuro, adesso: di farla ripartire, di lasciarla rientrare nella capanna col fratello non ci abbiamo proprio pensato. Questo weekend il clan dovrebbe decidere di lei, e sembra che ci sia uno zio ben disposto a prendersene cura. Speriamo. Anche se secondo il clan il fratello maggiore dovrebbe prendersi una moglie: così la smetterebbe di abusare della sorella. Qui potrebbe rimanere, perché le suore gestiscono anche un orfanotrofio e la ragazzina potrebbe andare a scuola, ma proporremo al clan questa soluzione solo nell’eventualità che quella proposta da loro non metta Agnes al riparo. Nessuno in questi giorni l’è venuta a cercare, nessuno ha preteso di riportarla indietro. Persa anche lei, nello spazio vuoto a galleggiare, nel mondo di Agnes, che chissà che cosa vede da lì o chissà che cosa non vuole più vedere. Ha tirato il sipario, si è voluta staccare dal mondo quando un giorno il mondo l’ha tradita. Solo che non è al sicuro, il sipario non è inespugnabile. Il sipario nel mezzo si apre e il mondo ci si infiltra ancora, e allora lei esce nel mondo e in mezzo al mondo si denuda. Si espone, e tutti la prendono. Agnes l’ha fatto più volte di uscire di casa svestita e di correre, nel cuore del villaggio. Con niente addosso, tranne se stessa.
Agnes è diventata amica di Sarah, che come lei è stata abusata a quindici anni. Sarah, almeno, è arrivata in ospedale con la madre, solo che poi la madre in ospedale ce l’ha pure lasciata anche se la ragazzina era già stata dimessa. Gli ospedali in Africa non sono come in Italia, dove a paziente corrisponde letto e il letto ha una data di scadenza strettamente dipendente al tipo di malattia e al budget millimetricamente previsto per essa. Qui fintanto che c’è una branda abbandonata o spazio per gettare una stuoia in terra, i pazienti possono restare. Giovedì mattina abbiamo ritrovato Sarah, seduta sui gradini del reparto maternità, in compagnia di Agnes quando tutti noi eravamo certi che avesse ripreso la strada di casa dal lunedì prima (una delle nostre social workers le aveva accompagnate addirittura fino all’uscita del cancello dell’ospedale, e io avevo dato personalmente loro i soldi del trasporto per evitare caos con le ricevute). E invece eccola, con le mani strette sulla pancia a lamentarsi di un dolore al ventre e di nausea, ma senza rifiutare i miei biscotti. L’abbiamo ascoltata e poi visitata, abbiamo pensato a come fare per rintracciare la madre. Poi i nodi sono venuti al pettine e si è deciso che Sarah doveva tornarsene a casa il più presto possibile. Perché la sua pancia non aveva niente, o meglio, la sua pancia in ospedale trovava qualcosa che a casa non otteneva. Cibo, gratis: in quanto vittima di violenza, il nostro progetto le ha pagato il vitto e le spese mediche. Ecco allora fatta la diagnosi: la madre ha preferito abbandonarla, dove la ragazza avrebbe potuto avere quello che lei non era in grado di offrirle. E poi è arrivata Puzzola. Ha un mese e mezzo, è tutta nera e gli occhi verdi chiari. È strabica e spelacchiata dietro le orecchie. Ma è la micina più bella di tutta l’Uganda. Da ieri pomeriggio siamo in tre: io, Laura e Puzzola. Nell’ingresso le abbiamo sistemato acqua, latte e pesci secchi assieme alla sua toilette. La facciamo giocare e sentiamo le sue fusa sulle nostre pance. Puzzola è fortunata. La più fortunata di tutte. E questo è davvero assurdo.
Succede ad Atapara, Uganda del Nord.
mercoledì 24 dicembre 2008
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