di Michele Trotter
Da Gulu in questi ultimi anni non si può tornare senza portare con se traccia del grande cambiamento che è in atto nel distretto come in tutto il nord Uganda. Un cambiamento che a prima vista potrebbe sembrare come un grosso passo avanti nella vita della popolazione acholi che per 15 anni ha vissuto rinchiusa in campi profughi privata dei minimi servizi per un essere umano.
Oggi tutto è cambiato, i profughi sono tornati ad essere cittadini ugandesi, oggi i campi hanno cambiato nome e molte persone hanno potuto tornare alle proprie terre. Visto dall'esterno sembra un traguardo raggiunto dopo anni di dolore, un tentativo di annientamento che pare non riuscito. Invece no. La macchina perversa prosegue e oggi il popolo acholi si ritrova immerso in un mare di instabilità, sociale, culturale, psicologica ed economica. Un incubo che prosegue. Nelle menti delle donne che troppe volte hanno subito le violenze di qualsiasi uomo sulla loro strada, nelle menti dei giovani che non hanno conosciuto altro che il campo e non hanno idea di cosa voglia dire “vivere”, nelle menti degli anziani che spesso sono rimasti soli e sono improduttivi, costretti a elemosinare ai bordi delle strade. Una rinascita che nasce monca. Perché i cambiamenti se non ben supportati spesso sono come castelli pericolanti che implodono su se stessi. Il castello in nord Uganda si chiama rinascita: infatti negli ultimi tre anni la città di Gulu sembra veramente rinata; le banche sono triplicate, gli alberghi e i ristoranti quasi raddoppiati, le case dei benestanti quadruplicate. Anche la strada che da Kampala porta a Gulu ormai è quasi completamente riasfaltata, gli autobus percorrono la tratta 24 ore su 24, con il sole e con la pioggia. Le ONG invece se ne stanno andando da Gulu: la guerra è finita; è finita l'emergenza. Il nord Uganda ormai non è più un buon business. Oggi si parla di Karamoja e di sud Sudan. E proprio il sud Sudan ha visto negli ultimi anni un intensificarsi non solo della presenza occidentale ma anche dei commerci... e qui i commerci con il sud Sudan passano quasi obbligatoriamente da Gulu.
Gulu però non è solo business, è anche il luogo pioniere nel nord Uganda, dove i cambiamenti attecchiscono con più rapidità: oggi a Gulu i ragazzi e le ragazze passeggiano per strada mano nella mano, le donne guidano la motocicletta, i locali notturni – pochi per la verità – tengono aperto fino a tarda sera. Ognuno ricerca nel proprio vivere un moto di rinascita, una traccia di realtà da applicare a un sogno. Ma qui anche i sogni sono contorti, intaccati da un passato scomodo che si riflette irrimediabilmente sul presente, che rende queste popolazioni vittime del passato e intrappolate nel presente; un meccanismo ben creato e dal quale difficilmente si potrà uscire se non con cambiamenti radicali. Purtroppo il potere di cambiare in nord Uganda non è in mano al popolo ma esclusivamente al governo, alle autorità locali e ai loro supporter internazionali; e come la storia insegna i cambiamenti in meglio spesso non passano dai cosiddetti poteri forti.
A Gulu come in tutto il resto del mondo il business che arricchisce è a favore di pochi ma tutti sognano di arricchirsi e cambiar vita, e tutte le strade sono lecite; la prima e ormai radicata è la corruzione che intacca tutti i settori e gli strati sociali: se non paghi non fai. E con questo metodo pochi si arricchiscono a danno della massa: uno di questi pochi guarda caso è Joseph Kony, capo ribelle che per vent'anni ha contribuito alla distruzione del suo stesso popolo, la cui famiglia a Gulu ha parecchi possedimenti; è incredibile vedere come i suoi “cari” vivano ancora lì, assieme alla gente che per anni hanno massacrato, supportati dalle autorità locali e dai militari, prova concreta della passata e presente connivenza tra il governo ugandese e i ribelli dell'LRA.
Il nord Uganda però non è solo la città di Gulu ma anzi per la maggior parte è vita rurale, che oggi pezzo pezzo si sta ricostruendo; purtroppo però mancano i mattoni: mancano innanzitutto le terre – molte delle quali vendute dal Governo alle multinazionali straniere, mancano le vie di comunicazione - le persone si spostano a piedi utilizzando sentieri, mancano molti generi alimentari – fino a che non arriverà la stagione delle piogge non si potrà coltivare, mancano scuole e centri sanitari – quelli esistenti vicino ai nuovi luoghi di abitazione risalgono a prima della guerra, mancano fonti d'acqua nelle vicinanze delle abitazioni – se funzionanti sono anche a più di 8/10 chilometri, mancano le stesse case – infatti è la popolazione a costruirsele visto che da parte del Governo non sono praticamente giunti aiuti. I soldi stanziati da Kampala nei mesi passati sono magicamente spariti e il Presidente Museveni ha dichiarato che per il nord Uganda non ci sono altri fondi perché tutti stanziati in vista delle elezioni 2011. Inoltre le Organizzazioni non Governative dal nord Uganda se ne vanno, come detto sopra, perché non è più un buon business, perché i soldi a fiumi e con meno controlli ci sono solo dove c'è emergenza, e in nord Uganda l'emergenza, così come viene considerata nel mondo della cooperazione, è finita. Purtroppo nella realtà però l'emergenza è più viva di prima, non è un'emergenza di guerra ma di pace, perché pace in nord Uganda vuol dire AIDS, vuol dire esclusione, vuol dire corruzione, vuol dire mancanza di educazione, vuol dire instabilità. La pace oggi ha tolto le bende al nord Uganda, scoprendo un malato agonizzante, una terra che è distrutta anzi, una terra che non è. Non è qualcosa di comprensibile. Stralci di passato ammassati alla rinfusa. E non basteranno di certo vent'anni di pace – sperando non sia diversamente – per cancellare ciò che è stato.
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