Ugly si avvicina con il viso serio e l'aria di chi voglia ricordarti che quella è casa sua e che tu sei sì il ben venuto ma come ospite non come invasore. Quando è a pochi passi ti accorgi che quell'atteggiamento è dato forse più dall'alcol che ha in corpo che gli dà un certo tono. Inizia il racconto della sua vita, parla della sua famiglia, degli anni passati a studiare in Kenya grazie all'aiuto di un missionario, ai sogni di poter terminare gli studi e intraprendere una carriera. Poi il missionario è stato trasferito e lui si è sposato. Pochi anni dopo la moglie muore e con i due figli Ugly approda a Moroto dove si risposa.

Moroto, un agglomerato di poco più di settemila persone che sorge in una delle zone più inospitali dell'Africa subsahariana orientale e che, essendo il principale centro della regione del Karamoja, - in Uganda – è stato eletto capoluogo della stessa. Tutti parlano di Moroto come di una città eppure non assomiglia ne a una città ne tanto meno ad un villaggio; l'impatto è quello di un insieme di campi profughi di diversa natura riuniti in un territorio di pochi chilometri quadrati. I karimojong di Moroto infatti possono essere considerati in buona parte come persone non autoctone, molti di essi provengono da altre zone del Karamoja quando non da altre regioni dell'Uganda. I karimojong di Moroto spesso sono persone che hanno perso le loro ricchezze nei villaggi di origine e che sono venuti in città alla ricerca di una fonte di sopravvivenza. Purtroppo però la regione non offre, come territorio e clima, grandi possibilità di sopravvivenza alla propria gente. Negli ultimi trent'anni la situazione è stata considerata di perenne emergenza mancando la possibilità di soddisfare alcuni dei bisogni primari di un essere umano; questo fatto è stato causato da alcuni elementi – siccità, isolamento, diffusione delle armi, cultura pressoché primitiva – che sommati tra loro hanno indebolito le possibilità di vita dei karimojong e ne hanno minato la cultura. Proprio a livello culturale è intervenuto infine un fattore esterno che si è insidiato pericolosamente in una società che ancora oggi può essere considerata come legata a pratiche si sopravvivenza e per questo impreparata ad affrontare influssi esterni non pesati. Il fattore in questione è l'assistenzialismo del quale si sono ammantati in passato la Chiesa e le prime Organizzazioni Non Governative giunte in Karamoja negli anni ottanta. Oggi, a distanza di tre decenni, è chiaro che – pur avendo salvato migliaia di vite umane - questa strategia “di salvezza” ha provocato un forte sbandamento culturale nelle popolazioni che vivono nei centri urbani come Moroto creando la diffusa mentalità dell'”attesa”, sulla quale si sono poi innestati i prodotti più commerciali della società occidentale di questi ultimi anni, ossia le mode, i cliché, il materialismo e l'individualismo.
Camminando per le poche vie di “Moroto Town” - come viene erroneamente chiamata – si è di fronte a un mondo in perenne attesa; se però bambini e ragazzi di strada vagano sonnolenti alla ricerca di qualche espediente che svolti la loro giornata e gli uomini passano interminabili ore nutrendosi di gioco d'azzardo e birra di produzione locale, le donne – com'è uso in buona parte dell'Africa, e come d'altra parte lo era in passato anche nel mondo occidentale – passano le loro giornate ad accudire i figli più piccoli e a badare alle cuocenti e malsane “case”. In Karamoja le temperature di giorno superano i quaranta gradi e spesso le abitazioni sono coperte di lamiere che si infiammano sotto i raggi del sole rendendole inabitabili. La notte alla luce delle lanterne diventa momento di sfogo soprattutto per i tanti giovani che attratti dai messaggi della pubblicità così come concepita in occidente si ubriacano, avvolti da vestiti attillati, al suono di musica finto-pop karimojong. L'alba e il tramonto introducono al cambio di ritmo imminente e sembrano essere gli unici momenti in cui Moroto torna ad essere parte di una cultura distante, salvata dal caldo del giorno e dall'alcol della notte.
“Musungu tam tam, money, tobacco, t-shirt”. Ecco le parole della gente al passaggio dell'”uomo bianco”. La richiesta è incessante ma a risposta negativa non corrispondono insulti o maledizioni, ci scappa una risata che immancabilmente stempera gli animi già irritati degli stranieri. Sì, perché in Karamoja il bianco non solo è straniero ma, come raramente avviene, ha la possibilità di sperimentare realmente cosa voglia dire sentirsi straniero.
Oggi Ugly vive con la moglie, i cinque figli e altri membri delle rispettive famiglie d'origine, senza un lavoro stabile – gli capita di essere chiamato per spaccare le pietre o per scaricare i camion, in uno dei quartieri di Moroto, chiamato Nakapelimen. “Sono senza lavoro, ho cinque bambini, cosa posso fare?” Ripete questa frase convinto che la risposta possa venire solo dal “bianco”, uomo ricco che può tutto. Ci stringe ripetutamente la mano chiedendo una presa di tabacco o mille scellini per comperare una soda. Poi sorride, si volta e se ne va.
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