mercoledì 29 aprile 2009

NEWS DA GAZA

Riceviamo questo messaggio - tramite Yousef Salman, delegato della Mezza Luna Rossa Palestinese in Italia - dal Dott. Raffaele, a capo di una delegazione di medici e che voleva portare solidarietà umana alla popolazione di Gaza, martoriata, prigioniera e sotto assedio brutale e disumano. La delegazione ha mandato a chiedere a tutti di scrivere, di denunciare il comportamento dei governanti israeliani che violano le leggi internazionali, limitando la libertà dei movimenti delle persone.


OGGETTO: DINIEGO DI ACCESSO A GAZA A DELEGAZIONE UMANITARIA ITALIANA In data 27 aprile 2009, una delegazione umanitaria costituente la Missione :” Gaza: ricostruire la speranza. Progetti per un’economia di Pace”, organizzata congiuntamente da un coordinamento formato da ONG Crocevia e Re.Co.Sol. , composta da un chirurgo, un medico
oftalmologo, un giornalista, difensori dei diritti umani e rappresentanti delle Municipalità italiane si è vista negare
l’ingresso nella Striscia di Gaza al valico di Erez. La motivazione del diniego è stata che…. Il permesso veniva negato. Tale atteggiamento risulta ancor più inopinato se si considera che la richiesta di accesso era stata regolarmente inoltrata alle autorità competenti , nei tempi dovuti, come coordinamento. Indignato e attonito per tale accadimento, il sottoscritto rivolge formale protesta e chiede che l’Ambasciatore d’Israele a Roma ed il Ministero degli Affari Esteri italiano si attivino al più
presto, per quanto di loro competenza, affinché venga concesso il permesso di ingresso nella striscia di Gaza agli operatori umanitari di questa missione che, si ribadisce, ha esclusivamente finalità umanitaria, è rivolta alle popolazioni civili, ed è priva di qualsivoglia risvolto politico. Non c’è ragione per negare loro l’ingresso. Distinti saluti.

Mail a:
info-coor@roma.mfa.gov.il
(Ufficio Affari Politici e Relazioni Estere Ambasciata
d’Israele in Italia)
amb-sec@roma.mfa.gov.il
(Segreteria Ambasciata d’Israele in Italia)
segreteria.frattini@esteri.it
(Capo Segreteria e Segretario Particolare Ministro degli
Affari Esteri Italiano)

domenica 19 aprile 2009

"Moroto Town"

Michele Trotter

Ugly si avvicina con il viso serio e l'aria di chi voglia ricordarti che quella è casa sua e che tu sei sì il ben venuto ma come ospite non come invasore. Quando è a pochi passi ti accorgi che quell'atteggiamento è dato forse più dall'alcol che ha in corpo che gli dà un certo tono. Inizia il racconto della sua vita, parla della sua famiglia, degli anni passati a studiare in Kenya grazie all'aiuto di un missionario, ai sogni di poter terminare gli studi e intraprendere una carriera. Poi il missionario è stato trasferito e lui si è sposato. Pochi anni dopo la moglie muore e con i due figli Ugly approda a Moroto dove si risposa.

Moroto, un agglomerato di poco più di settemila persone che sorge in una delle zone più inospitali dell'Africa subsahariana orientale e che, essendo il principale centro della regione del Karamoja, - in Uganda – è stato eletto capoluogo della stessa. Tutti parlano di Moroto come di una città eppure non assomiglia ne a una città ne tanto meno ad un villaggio; l'impatto è quello di un insieme di campi profughi di diversa natura riuniti in un territorio di pochi chilometri quadrati. I karimojong di Moroto infatti possono essere considerati in buona parte come persone non autoctone, molti di essi provengono da altre zone del Karamoja quando non da altre regioni dell'Uganda. I karimojong di Moroto spesso sono persone che hanno perso le loro ricchezze nei villaggi di origine e che sono venuti in città alla ricerca di una fonte di sopravvivenza. Purtroppo però la regione non offre, come territorio e clima, grandi possibilità di sopravvivenza alla propria gente. Negli ultimi trent'anni la situazione è stata considerata di perenne emergenza mancando la possibilità di soddisfare alcuni dei bisogni primari di un essere umano; questo fatto è stato causato da alcuni elementi – siccità, isolamento, diffusione delle armi, cultura pressoché primitiva – che sommati tra loro hanno indebolito le possibilità di vita dei karimojong e ne hanno minato la cultura. Proprio a livello culturale è intervenuto infine un fattore esterno che si è insidiato pericolosamente in una società che ancora oggi può essere considerata come legata a pratiche si sopravvivenza e per questo impreparata ad affrontare influssi esterni non pesati. Il fattore in questione è l'assistenzialismo del quale si sono ammantati in passato la Chiesa e le prime Organizzazioni Non Governative giunte in Karamoja negli anni ottanta. Oggi, a distanza di tre decenni, è chiaro che – pur avendo salvato migliaia di vite umane - questa strategia “di salvezza” ha provocato un forte sbandamento culturale nelle popolazioni che vivono nei centri urbani come Moroto creando la diffusa mentalità dell'”attesa”, sulla quale si sono poi innestati i prodotti più commerciali della società occidentale di questi ultimi anni, ossia le mode, i cliché, il materialismo e l'individualismo.
Camminando per le poche vie di “Moroto Town” - come viene erroneamente chiamata – si è di fronte a un mondo in perenne attesa; se però bambini e ragazzi di strada vagano sonnolenti alla ricerca di qualche espediente che svolti la loro giornata e gli uomini passano interminabili ore nutrendosi di gioco d'azzardo e birra di produzione locale, le donne – com'è uso in buona parte dell'Africa, e come d'altra parte lo era in passato anche nel mondo occidentale – passano le loro giornate ad accudire i figli più piccoli e a badare alle cuocenti e malsane “case”. In Karamoja le temperature di giorno superano i quaranta gradi e spesso le abitazioni sono coperte di lamiere che si infiammano sotto i raggi del sole rendendole inabitabili. La notte alla luce delle lanterne diventa momento di sfogo soprattutto per i tanti giovani che attratti dai messaggi della pubblicità così come concepita in occidente si ubriacano, avvolti da vestiti attillati, al suono di musica finto-pop karimojong. L'alba e il tramonto introducono al cambio di ritmo imminente e sembrano essere gli unici momenti in cui Moroto torna ad essere parte di una cultura distante, salvata dal caldo del giorno e dall'alcol della notte.
“Musungu tam tam, money, tobacco, t-shirt”. Ecco le parole della gente al passaggio dell'”uomo bianco”. La richiesta è incessante ma a risposta negativa non corrispondono insulti o maledizioni, ci scappa una risata che immancabilmente stempera gli animi già irritati degli stranieri. Sì, perché in Karamoja il bianco non solo è straniero ma, come raramente avviene, ha la possibilità di sperimentare realmente cosa voglia dire sentirsi straniero.
Oggi Ugly vive con la moglie, i cinque figli e altri membri delle rispettive famiglie d'origine, senza un lavoro stabile – gli capita di essere chiamato per spaccare le pietre o per scaricare i camion, in uno dei quartieri di Moroto, chiamato Nakapelimen. “Sono senza lavoro, ho cinque bambini, cosa posso fare?” Ripete questa frase convinto che la risposta possa venire solo dal “bianco”, uomo ricco che può tutto. Ci stringe ripetutamente la mano chiedendo una presa di tabacco o mille scellini per comperare una soda. Poi sorride, si volta e se ne va.

sabato 11 aprile 2009

Gulu - nord Uganda: brevi notizie sulla situazione attuale.

di Michele Trotter

Da Gulu in questi ultimi anni non si può tornare senza portare con se traccia del grande cambiamento che è in atto nel distretto come in tutto il nord Uganda. Un cambiamento che a prima vista potrebbe sembrare come un grosso passo avanti nella vita della popolazione acholi che per 15 anni ha vissuto rinchiusa in campi profughi privata dei minimi servizi per un essere umano.
Oggi tutto è cambiato, i profughi sono tornati ad essere cittadini ugandesi, oggi i campi hanno cambiato nome e molte persone hanno potuto tornare alle proprie terre. Visto dall'esterno sembra un traguardo raggiunto dopo anni di dolore, un tentativo di annientamento che pare non riuscito. Invece no. La macchina perversa prosegue e oggi il popolo acholi si ritrova immerso in un mare di instabilità, sociale, culturale, psicologica ed economica. Un incubo che prosegue. Nelle menti delle donne che troppe volte hanno subito le violenze di qualsiasi uomo sulla loro strada, nelle menti dei giovani che non hanno conosciuto altro che il campo e non hanno idea di cosa voglia dire “vivere”, nelle menti degli anziani che spesso sono rimasti soli e sono improduttivi, costretti a elemosinare ai bordi delle strade. Una rinascita che nasce monca. Perché i cambiamenti se non ben supportati spesso sono come castelli pericolanti che implodono su se stessi. Il castello in nord Uganda si chiama rinascita: infatti negli ultimi tre anni la città di Gulu sembra veramente rinata; le banche sono triplicate, gli alberghi e i ristoranti quasi raddoppiati, le case dei benestanti quadruplicate. Anche la strada che da Kampala porta a Gulu ormai è quasi completamente riasfaltata, gli autobus percorrono la tratta 24 ore su 24, con il sole e con la pioggia. Le ONG invece se ne stanno andando da Gulu: la guerra è finita; è finita l'emergenza. Il nord Uganda ormai non è più un buon business. Oggi si parla di Karamoja e di sud Sudan. E proprio il sud Sudan ha visto negli ultimi anni un intensificarsi non solo della presenza occidentale ma anche dei commerci... e qui i commerci con il sud Sudan passano quasi obbligatoriamente da Gulu.
Gulu però non è solo business, è anche il luogo pioniere nel nord Uganda, dove i cambiamenti attecchiscono con più rapidità: oggi a Gulu i ragazzi e le ragazze passeggiano per strada mano nella mano, le donne guidano la motocicletta, i locali notturni – pochi per la verità – tengono aperto fino a tarda sera. Ognuno ricerca nel proprio vivere un moto di rinascita, una traccia di realtà da applicare a un sogno. Ma qui anche i sogni sono contorti, intaccati da un passato scomodo che si riflette irrimediabilmente sul presente, che rende queste popolazioni vittime del passato e intrappolate nel presente; un meccanismo ben creato e dal quale difficilmente si potrà uscire se non con cambiamenti radicali. Purtroppo il potere di cambiare in nord Uganda non è in mano al popolo ma esclusivamente al governo, alle autorità locali e ai loro supporter internazionali; e come la storia insegna i cambiamenti in meglio spesso non passano dai cosiddetti poteri forti.
A Gulu come in tutto il resto del mondo il business che arricchisce è a favore di pochi ma tutti sognano di arricchirsi e cambiar vita, e tutte le strade sono lecite; la prima e ormai radicata è la corruzione che intacca tutti i settori e gli strati sociali: se non paghi non fai. E con questo metodo pochi si arricchiscono a danno della massa: uno di questi pochi guarda caso è Joseph Kony, capo ribelle che per vent'anni ha contribuito alla distruzione del suo stesso popolo, la cui famiglia a Gulu ha parecchi possedimenti; è incredibile vedere come i suoi “cari” vivano ancora lì, assieme alla gente che per anni hanno massacrato, supportati dalle autorità locali e dai militari, prova concreta della passata e presente connivenza tra il governo ugandese e i ribelli dell'LRA.
Il nord Uganda però non è solo la città di Gulu ma anzi per la maggior parte è vita rurale, che oggi pezzo pezzo si sta ricostruendo; purtroppo però mancano i mattoni: mancano innanzitutto le terre – molte delle quali vendute dal Governo alle multinazionali straniere, mancano le vie di comunicazione - le persone si spostano a piedi utilizzando sentieri, mancano molti generi alimentari – fino a che non arriverà la stagione delle piogge non si potrà coltivare, mancano scuole e centri sanitari – quelli esistenti vicino ai nuovi luoghi di abitazione risalgono a prima della guerra, mancano fonti d'acqua nelle vicinanze delle abitazioni – se funzionanti sono anche a più di 8/10 chilometri, mancano le stesse case – infatti è la popolazione a costruirsele visto che da parte del Governo non sono praticamente giunti aiuti. I soldi stanziati da Kampala nei mesi passati sono magicamente spariti e il Presidente Museveni ha dichiarato che per il nord Uganda non ci sono altri fondi perché tutti stanziati in vista delle elezioni 2011. Inoltre le Organizzazioni non Governative dal nord Uganda se ne vanno, come detto sopra, perché non è più un buon business, perché i soldi a fiumi e con meno controlli ci sono solo dove c'è emergenza, e in nord Uganda l'emergenza, così come viene considerata nel mondo della cooperazione, è finita. Purtroppo nella realtà però l'emergenza è più viva di prima, non è un'emergenza di guerra ma di pace, perché pace in nord Uganda vuol dire AIDS, vuol dire esclusione, vuol dire corruzione, vuol dire mancanza di educazione, vuol dire instabilità. La pace oggi ha tolto le bende al nord Uganda, scoprendo un malato agonizzante, una terra che è distrutta anzi, una terra che non è. Non è qualcosa di comprensibile. Stralci di passato ammassati alla rinfusa. E non basteranno di certo vent'anni di pace – sperando non sia diversamente – per cancellare ciò che è stato.